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Infelici a modo loro

Cinque episodi, uno per romanzo: “I Melrose” è una serie che dà dipendenza

18 Luglio 2018 alle 06:00

Infelici a modo loro

Benedict Cumberbatch nei panni di Patrick Melrose

Capitò qualche anno fa di intervistare Edward St. Aubyn, lo scrittore che con la saga “I Melrose” aggiorna l’immagine della famiglia nido di vipere (Neri Pozza ha appena ristampato l’integrale, cinque romanzi intitolati “Non importa”, “Cattive notizie”, “Speranza”, “Latte materno”, “Lieto fine”). In quella mezz’oretta abbiamo afferrato ogni sfumatura dell’espressione britannica “stiff upper lip” – “impassibilità”, ma si perde il riferimento al labbro superiore che rimane rigido e imperturbato. Nelle disgrazie e nella più amabile conversazione, se l’interlocutore discende da un aristocratico casato della Cornovaglia (erano già lì prima della conquista normanna, anno 1066).

 

  

Benedict Cumberbatch – il più snob tra gli attori britannici – si è impadronito della saga e ne ha tratto una serie (dal 9 luglio su Sky Atlantic, regia del tedesco Edward Berger, viene da “The Terror” e “Deutschland 83”). Occasione ghiotta, per l’ex Sherlock Holmes della serie Bbc. Patrick Melrose, il protagonista, è un giovanotto di ottima famiglia che sperimenta tutte le droghe in circolazione, tra numerosi tentativi di suicidio e altrettanti tentativi per disintossicarsi.

 

Nel genere “famiglie infelici a modo loro”, i Melrose non sono secondi a nessuno. Papà si infilava volentieri nel letto del figlio cinquenne, la madre alcolizzata e impasticcata sembrava non accorgersi di nulla (non dimenticò però di diseredare il figliolo). Si apre la gara con lo strafattissimo Leonardo DiCaprio in “The Woolf of Wall Street” di Martin Scorsese. Quaalude (forse scaduto) a manciate. Ma scaduto non è: il nostro avanza sui gomiti, la moquette sembra prendere vita, l’auto viaggia come una pallina da flipper tra i lampioni.

 

Siamo alle prime puntate, abbiamo visto abbastanza per chiederci quali altre facce abbia in serbo Mr Cumberbatch (“guardate come recito con la benda da pirata”, “guardate come salto da un decennio all’altro”, “guardate come sono bravo nelle crisi d’astinenza”). Corre in nostro soccorso la bella sceneggiatura di David Nicholls, ex attore fallito (“mi scritturavano solo in ruoli da cadavere”) e romanziere di successo internazionale grazie a “Un giorno” – il film di Lone Scherfig con Anne Hathaway non rende l’idea.

 

Tremende sciagure con cinismo e ironia

Leggendo quel romanzo (sempre Neri Pozza) abbiamo scoperto che David Nicholls sa scrivere storie romantiche meglio delle signore che presidiano il territorio. Ha un occhio attentissimo per le epoche che cambiano e nessuna pietà per corteggiatori che cercano di farti ridere senza riuscirci. Niente però garantiva il successo televisivo della saga, che sulla pagina racconta tremende sciagure con cinismo e ironia. Sappiamo che “I Melrose” sono in gran parte vita vissuta di Edward St. Aubyn (non c’è nulla di male a farlo, se ti sono successe cose diverse dalla fioritura dei brufoli). Esattamente quanto, non abbiamo avuto il coraggio di chiederlo: la letteratura funziona in maniera diversa dal pettegolezzo, anche quando – come in Proust – di pettegolezzi si nutre.

 

Funziona in maniera diversa dal pettegolezzo anche la serie tv. Se lo spettatore, come il lettore, preferisce ridere o piangere è affar suo – ma a piangere si fa peccato, la bravura dello scrittore (e del fedele sceneggiatore) sta nel distacco. Papà David Melrose e mamma Eleanor Melrose sono Hugo Weaving e Jennifer Jason Leigh, meno esibizionisti del figliolo che della miniserie – cinque episodi, uno per romanzo – è anche produttore. Attenzione perché dà dipendenza. Come davano dipendenza le novecento pagine che hanno tra i fan sfegatati Martin Amis e Zadie Smith.

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