Meglio il cinema o le serie tv?

Le teorie di registi e sceneggiatori italiani che cestinano pure Shakespeare

25 Ottobre 2017 alle 06:00

Meglio il cinema o le serie tv?

Un ritratto di William Shakespeare

Leggiamo romanzi, guardiamo film, restiamo svegli la notte con le serie tv. E sempre rispunta l’annoso discorso. C’è un bel romanzo che si fa leggere con gusto? Obiezione: Sì, ma la letteratura è un’altra cosa. Abbiamo sentito la frase un mesetto fa, alla presenza di testimoni che trovavano la questione serissima nonché attuale, e stavano dalla parte del “Sì, ma…” (coltivando l’aiuola che il lettore educato non si azzarda a calpestare). C’è un bel film non punitivo per lo spettatore? Sì, ma il cinema è un’altra cosa (arriva a ogni scadenza festivaliera, ripresentandosi quando cambia la programmazione nei cinema). C’è una bella serie che non perde tempo in preliminari? Sì, ma la serialità vera sta nell’altra che impiega tanto tempo a carburare (più o meno, è il ritornello critico post-Netflix).

 

Con l’occasione vengono ristabilite le gerarchie. Un romanzo ha sempre più dignità di un film. Un film d’autore ha sempre più dignità di un film di genere, e il cinema in generale ha più dignità di una serie tv. Intanto i romanzi noiosi o pieni di pretese (spesso i difetti vanno insieme) si ammucchiano. E i film che “non concedono nulla al gusto del pubblico” levano al medesimo il gusto del cinema.

“Le serie aiutano il cinema ma non lo rimpiazzano”. E’ la tesi sostenuta da Cristina Comencini – scrittrice, regista, sceneggiatrice, e figlia d’arte, speriamo di non aver dimenticato nulla – l’altro ieri su Repubblica. Piena confessione: si dichiara spettatrice affezionata, anzi “grande utente delle serie italiane e americane” (da quando gli spettatori sono diventati utenti o – peggio – fruitori?). Si inchina al talento di chi scrive, produce e gira le serie. Ammette che tolgono lettori ai romanzi e spettatori al cinema, ma – testuale – “E’ la legge dei più bravi. Vinca sempre il migliore!”.

 

Di più: la regista suggerisce che le serie possono insegnare tante cose al cinema, affascinata dalla velocità di presentazione dei personaggi e dalle libertà che si prendono con la cronologia. Tecniche narrative, peraltro, che il cinema usa – o dovrebbe usare – da sempre, e il romanzo usa – o dovrebbe usare – da molto prima del cinema. Non le hanno inventate gli showrunner in tv (a far danni è l’equivoco tra lentezza e profondità).

Attendiamo la stoccata, che puntualmente arriva. Pur nella loro magnificenza (fin qui son parole nostre) “le serie non possono per natura stessa raccontare la verità sottile dei sentimenti e dell’umano” (questo è invece il Comencini-pensiero). Arriva quel che potremmo chiamare la teoria junghiana della serialità: “i personaggi e gli intrecci delle serie sono archetipi”. Prova ne sia, così continua il ragionamento, che “davanti alle serie nessuno piange”. Presto, una puntata di “This Is Us”! (la seconda stagione dall’altro ieri su FoxLife).

 

Sistemata la questione “lacrime”, arriva la questione Shakespeare. Leggiamo: le serie provocano “una fascinazione simile a quella che ci provocano personaggi e trame di Shakespeare”. Complimentone: a quale altro vertice potrebbe ambire uno – o una – che scrive? E invece no. Il cinema è meglio, sostiene Comencini. Meglio pure del genio che per il severissimo critico Harold Bloom è “l’uomo solo al comando” nella letteratura universale: a Shakespeare dobbiamo “l’invenzione dell’umano”. Lo stesso “umano” invocato dalla regista una decina di righe prima, e identificato con “lo specifico sempre rinnovabile del cinema”. Buttato nel cestino della storia William Shakespeare, restano le dichiarazioni d’intenti degli sceneggiatori e dei registi italiani.

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