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Il gay che funziona

Undici anni dopo “Will & Grace” diverte ancora e non stanca (tranne che sulla politica)

4 Ottobre 2017 alle 06:00

Il gay che funziona

Foto LaPresse

La reunion pre-elettorale nel settembre 2016 non ha portato Hillary Clinton alla Casa Bianca. Ma dieci minuti di battute su YouTube a favore del voto e della candidata hanno totalizzato 7 milioni di spettatori in pochi giorni, buoni per suggerire che “Will & Grace” poteva contare su uno zoccolo duro di fan. E che i fan sarebbero stati felici – in quest’epoca che guarda all’indietro e sospira – di ritrovare l’avvocato e l’arredatrice di interni battibeccare nell’appartamento dell’Upper West Side (per contorno, le smanie del vicino di pianerottolo Jack e i drink di Karen). Detto e fatto: la nona stagione della sit-com è partita il 28 settembre per gli spettatori americani (da noi su Joi, il canale comico di Mediaset Premium, in contemporanea con gli Usa). Sit-com, non serie: ha le risate incorporate, e gli episodi si possono saltare senza perdere il filo.

 

Will & Grace avevano cominciato a battibeccare nel settembre 1998. “I gay in prima serata tv erano così rari che la NBC voleva un attore non gay per il ruolo di Will”, ricorda Max Mutchnick che con David Kohan inventò la sit-com. C’era soltanto Ellen DeGeneres con il suo show “Ellen”, peraltro in calo di ascolti dopo il coming out dell’attrice e del personaggio (molto ma molto più discreto dei toni usati per uscire allo scoperto da Guglielmo Scilla in arte Willwoosh).

 

Per far capire agli spettatori dell’epoca che Will mai e poi mai avrebbe sposato Grace – non si facessero illusioni – gli fecero dichiarare il suo amore per George Clooney, oltre a un recente sfidanzamento con un giovanotto. Gli ascolti non andarono subito alle stelle, per i record bisogna attendere il 2001. La sit-com chiuse dopo otto stagioni, nel 2006. Nel 2014 le sceneggiature, i materiali di scena e qualche arredo entrano (trionfalmente) allo Smithsonian. Vale a dire, nella storia della tv e del costume americani: due gay che fanno ridere con le loro battute, non subiscono frizzi e lazzi altrui.

 

Max Mutchnick aveva donato il set originale alla biblioteca dell’Emerson College di Boston (lì aveva studiato prima di partire per New York). E’ servita qualche modifica: le mode cambiano, i gay le seguono, Grace è un architetto di interni, le cucine e i divani non riescono a invecchiare tranquilli. Il tempo è stato più clemente con gli attori, sembrano usciti intatti dalla naftalina E’ bastato uno smartphone con app da acchiappo tipo Grindr: “Mi prendo l’herpes solo a toccare lo schermo”, dice Jack, che smania per un aiutino chiamato “Scrotox” (“Botox for boys”). Lo ha letto su “Qweerty”, bisticcio tra “Qwerty” (le lettere che identificano la tastiera americana, eredità delle macchie per scrivere con i delicati martelletti), e “queer” (tutte le bizzarrerie di genere e di orientamento sessuale assortite).

 

Incautamente Mutchnick & Kohan chiusero l’ultima stagione affibbiando un marito a Grace e uno a Will, gli amici si perdono di vista e si ritrovano alla scuola dei figli. Tutto cancellato, anche nelle repliche: gli episodi con i matrimoni spariscono, nella prima puntata della nona stagione scopriamo che è stato tutto un sogno. Delirio più delirio meno, il compito di riportare indietro la freccia del tempo tocca a Karen – ricca, amante dei cocktail, repubblicana, amica di Melania. Will & Grace finiscono alla Casa Bianca: bisogna ribadire che siamo nel 2017, e che sono episodi nuovi e non repliche. Le battute sono ancora molto divertenti, ma la politica un leggero sbadiglio comincia a provocarlo. Il pop e il galateo sessuale e amoroso (in quest’ordine) invece non stancano mai.

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Commenti all'articolo

  • Andrea

    04 Ottobre 2017 - 08:08

    Gli strepitosi dialoghi di Will & Grace ci dicono molto degli Stati Uniti "prima" dell'avvento della sciagura del politicamente corretto. Quella era vera e propria satira altro che commedia. Nell'era del politicamente corretto e del terrorismo islamista, la satira è in via di estinzione. Ma non solo negli Usa. In tutto l'Occidente va sparendo il senso della satira. Bisognerebbe domandarsi se si possono dare delle liberaldemocrazie senza la satira. Della nuova serie ho paura. Per ora, mi trattengo dalla visione, riguardandomi senza soluzione di continuità le prime otto stagioni...

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