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Donald, the Pope

Trump alla Casa Bianca potrebbe somigliare a “un Papa con un canguro nei giardini del Vaticano”

1 Febbraio 2017 alle 06:00

Donald, the Pope

Donald Trump (foto LaPresse)

Certe serie sono più interessanti da commentare che da guardare. Prendiamo “The Young Pope” di Paolo Sorrentino, coproduzione internazionale firmata da Sky, Hbo e Canal+. La messa in onda negli Stati Uniti, dal 15 gennaio scorso, ha prodotto anticipazioni, spiegazioni, qualche pernacchia. Tra tutti si distingue il sito “Vulture”, nel senso di “culture vulture”. La parola “cultura” da quelle parti non implica sussiego, antipatia, rischio di sbadiglio. E i giornalisti del New York Magazine brillano per intelligenza e originalità. Fate mente locale al coro di lodi che ha accompagnato l’anteprima veneziana e la messa in onda italica della serie (capita poi, interrogando i fan, di scoprire che neppure gli sfegatati hanno visto tutte le dieci puntate: nessuno è perfetto, e del resto non c’era una trama che spingesse al binge watching). Su Vulture abbiamo goduto – e godremo, ancora manca qualche puntata – la rubrica di Dayna Evans intitolata “The Young Nope”. “Il giovane niente” (sacrificando la rima) segnalava ogni settimana la scena peggio riuscita dell’episodio. Dalla “piramide di bambini” al canguro nei giardini vaticani. Fino al montaggio alternato tra il sesso coniugale (la giovane Esther e il marito, professione guardia svizzera, mica l’esemplare che in “Habemus Papam” di Nanni moretti si strafogava di dolcetti) e preghiera del Pontefice (“Fa’ che concepiscano un bambino, fa’ che concepiscano un bambino”). Commento finale della rubrichista (mai più ci perderemo un articolo suo): “Sembra venuto il momento di accedersi la sigaretta del dopo”.

Prima che la serie andasse in onda, sempre su Vulture era apparso un gustoso articolo intitolato: “Ma cosa racconta davvero ‘The Young Pope?’” (giornalismo culturale di servizio, a noi sconosciuto, lì praticato con competenza). Domande e risposte, e un paio di cose essenziali da fissare. Punto primo, la serie spacciata come “divertente” non lo era fino in fondo (a meno di non essere superfan di Paolo Sorrentino). Punto secondo, la serie era definita “continental”. Frase che a noi irresistibilmente ricorda Marilyn Monroe mentre canta “Diamonds Are a Girl’s Best Friend”. “A kiss on the hand may be quite continental” dice il primo verso, salvo ribadire nel secondo la superiorità dei diamanti. Pensiamo lo stesso di “The Young Pope”: sarà anche “continental”, che qui vuol dire europeo e sofisticato (o presunto tale) come il baciamano. Ma un bel diamante – una serie con trama, ritmo, personaggi che non siano macchiette – dà più soddisfazione. Ultimo ma non meno interessante, l’articolo di Jen Chaney che pone la domanda “How Trumpish is the Young Pope?”. Parecchio, a fare i conti. E’ inesperto, ultraconservatore, si muove come un elefante in cristalleria, non si fida di nessuno, ha portato via il posto a una persona più qualificata per il ruolo, non sa – o finge di non sapere – cosa sia la diplomazia e come funziona la macchina. Vero è che dopo l’elezione del presidente post obamiano non riusciamo più a vedere né i film né le serie con gli occhi di prima. Ma le somiglianze segnalate da Jen Chaney sono puntuali. “Quel che era aperto verrà chiuso” dice il Papa – americano, nasce Lenny Belardo e prende nome Pio XIII – immaginato da Paolo Sorrentino. Aggiunge che la parola “tolleranza” non fa più parte del suo vocabolario. Donald Trump alla Casa Bianca potrebbe somigliare a “un Papa con un canguro nei giardini del Vaticano”, suggerisce l’articolo con una punta di speranza. Qualcuno controlli se il neopresidente ha ordinato scorte di Cherry Coke Zero. 

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