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Cliché ben riusciti

Ci vuole coraggio per criticare “Crisis in Six Scenes”, il primo lavoro woodyalleniano per la tv.

12 Ottobre 2016 alle 06:01

Cliché ben riusciti

Arruolate come critico letterario il barbiere di Woody Allen (nella serie “Crisis in Six Scenes” prodotta e distribuita da Amazon, in Italia ancora no perché viviamo alla periferia dell’impero). “Ho finito il tuo libro” dice all’autore sotto le forbici. E aggiunge: “Ci ho passato l’inverno: mi addormentavo sempre, sono andato dal dottore pensando di avere la narcolessia”. Lo scrittore abbozza: “Non sono neanche duecento pagine”. Lo sforbiciatore insiste: “Se mi fossero piaciuti almeno i personaggi… Comunque meglio del precedente, che era tutto sconnesso”. “Era postmoderno”, riabbozza lo scrittore contrariato, e annuncia: “Ora devo fare una serie tv”. Conclusione del barbiere: “Cerca di farla sensata, che piaccia a tutti, non importa se la riempi di cliché. Tanto le serie valgono poco rispetto ai romanzi. E tu del resto non sei Salinger”.

 

Ci vuole coraggio per storcere il naso davanti a “Crisis in Six Scenes”, primo lavoro woodyalleniano per la tv. Non serve un critico che alzi il ditino. L’ha già detto lui (e lo immaginiamo mentre ridacchia, pensando “ci siete cascati”). I cliché ci sono, non è che non ci sono. Ma Woody Allen lo sa. Non gli sono sfuggiti, li ha messi lì apposta. E comunque fanno ridere, oltre che ripassare uno sterminato repertorio che va dalle battute che scriveva per conto terzi ai libri di parodie – anche letterarie – usciti con i titoli “Citarsi addosso” e “Effetti collaterali”.

 



 

Non bastasse, dopo cinque minuti entra in scena Elaine May, psicoanalista a domicilio con i capelli cotonati anni Sessanta. Chi ha visto “E’ ricca la sposo e l’ammazzo” – da lei scritto, diretto e recitato nel 1971 – è già conquistato. Chi non lo ha visto, ha perso uno dei film più divertenti di sempre, con l’ereditiera bruttina concupita da Walter Matthau in bolletta: “Questa donna non è solo goffa; è una minaccia per la civiltà occidentale come noi la conosciamo”. Appare nell’esercizio delle sue funzioni, terapeuta di una coppia in disaccordo su tutto – ristoranti, cani, sesso, mance – tranne che sul guacamole, entrambi lo odiano. Elaine May non si scompone e propone ai litigiosi: “Ripartiamo dal guacamole”.

 

In “Crisis in Six scenes” è la moglie di Woody Allen (vestito negli anni Sessanta come lo abbiamo visto sempre: calzoni di velluto e maglione). Titolare di un grandioso club del libro dove signore con le scarpe comode e le calze elastiche discutono Kafka e lo scarafaggio. “Kafka ha ammazzato il padre e sposato la madre?” chiede una. “No, quello era Ercole” risponde l’altra. Somigliano alla segretaria dell’impresario in “A proposito di Davis” diretto dai fratelli Coen. E già nella prima puntata – di una serie che tale non è, sono due ore di film spezzettate in sei puntate da venti minuti – viene citato Giobbe: “Anche Giobbe se la passava benissimo, prima che Dio lo fregasse”.

 

“Sono nato ebreo, poi mi sono convertito al narcisismo” diceva Woody Allen (alias Mago Splendini) nel film “Scoop”. “Café Society” (ancora nelle sale) e la serie scritta e diretta per Amazon rovesciano la frase: “Sono nato narcisista, in vista degli 80 anni mi sono convertito all’ebraismo”. I Munsinger – è il nome della coppia – si chiedono se hanno messo l’allarme e dove sono le pile dell’apparecchio acustico. Lui teme i ladri (e coglie l’occasione per confessare che le ha regalato uno smeraldo falso). Arriva Miley Cyrus, terrorista in cerca di un rifugio. Non è credibile, neppure lo vuole essere. Fa da pretesto per altre battute che arrivano a raffica.

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