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Mediocrità

La vera colpa è sentirsi migliori di quel che la propria scrittura consente. Il caso “X-Files”.

4 Maggio 2016 alle 06:02

Mediocrità

"Middlebrow" era ultima parola che ci aspettavamo di leggere su Vulture, sezione tv (Vulture tratta online i temi culturali cari al New York Magazine, e per cultura intende quasi tutto, anche la tv spiegata con intelligenza). “Middlebrow”: proprio come nel saggio di Dwight MacDonald che distingue tra alta cultura (“highbrow”) e cultura bassa (“lowbrow”) mettendoci in mezzo un territorio trascurato. Pieno di prodotti mediocri che credono di essere alti – leggete i candidati al Premio Strega, ce n’è parecchi, e altri sono recensiti nei supplementi culturali – o di prodotti senza pretese ingiustamente snobbati (certi romanzi che vendono parecchio, anzi vendevano, perché oggi abbiamo occhi soltanto per le violette e per chi insegna a far ordine nei cassetti).

 

“Middlebrow” non è un insulto, basta praticarlo onestamente e non pretendere di stare vari gradini sopra quel che consentono la propria scrittura e la propria immaginazione. Continua a esistere anche ora che l’alto e il basso non sono più saldi ai loro posti. Scambiarli a volte serve per fare giustizia: certi film di supereroi son più intelligenti, e anche esteticamente interessanti, dei film girati da Roberto Andò o da Giuseppe Tornatore.  

 

Vale per i romanzi, vale per i film e vale anche per le serie televisive. “X-Files”, per esempio, che torna in tv con una nuova stagione. Un sequel, se possiamo usare la parola riferendoci a una serie, dopo le prime nove stagioni andate in onda dal 1993 al 2002 e la lunga pausa riempita da non memorabili pellicole (gli spettatori italiani vedono i nuovi episodi su Fox dallo scorso 26 gennaio, quasi in contemporanea con gli USA). Ci sono sempre Fox Mulder e Dana Scully, e ci sono sempre David Duchovny e Gillian Anderson, così uguali a se stessi che sembrano imbalsamati. Come sempre sono convinti che la verità stia là fuori, tra complotti, spiritismo, mostri, fantasmi, dossier segreti del governo.

 



 

Nel 1993 una serie che per principio non dava soluzioni ai casi esaminati, che ereditava le atmosfere della serie “I confini della realtà”, che aveva ben presente le storie di Philip Dick era una rivoluzione. “X-Files” ha funzionato così bene che ora questi elementi sono dappertutto. E anzi viene voglia di un bravo Sherlock Holmes che i casi li risolva, invece di tenerli in sospeso (il successo della serie Bbc con Benedict Cumberbatch viene anche dalla sua infallibilità, finalmente qualcuno che sa mettere la parola fine a un dossier).

 

 

Il trashman che difende i barboni

 

I dibattiti sui primi episodi della nuova serie – sostiene Angelica Jade Bastién nell’articolo intitolato “Da quando il pubblico ha smesso di apprezzare le serie tv middlebrow”? – non tengono conto di quanto la tv sia cambiata negli ultimi decenni. Non sono inguardabili, né sono la brutta o almeno pallida copia dei vecchi. La tv ha puntato in alto, con vari salti mortali splendidamente eseguiti. I prodotti ben fatti ma non abbastanza prestigiosi non appassionano più.

 

Nel primo episodio del nuovo “X-Files” abbiamo un “trashman” che difende i barboni a rischio di sgombero (li disinfettano e li portano a dormire dove il terreno non serve agli speculatori). Un gigante privo di imposte digitali, con un cerotto sul naso, capace di strappare le braccia alle sue vittime. Forse è uscito dalla fantasia di un artista – segue un po’ di delirio buddista, e Fox si dimostra preparato. Intanto la mamma di Dana Scully finisce in coma, come era capitato alla figlia tanti anni prima – e qui la sceneggiatura comincia a franare. Peccato: la pista graffitara un suo fascino l’aveva.

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