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Non fa male

Tranquilli, se avete visto tre episodi di seguito, sprofondati sul divano, non siete dipendenti

17 Febbraio 2016 alle 06:29

Non fa male

Siamo salvi. Le serie non fanno male e non danno dipendenza. Dopo i libri e i film, le possiamo mettere tra i piaceri che non fanno ingrassare, non fanno ammalare, non sono vietati dalla legge. Lo certifica Nathalie Camart, psicologa e ricercatrice, in uno studio presentato lo scorso 5 febbraio al convegno internazionale e interdisciplinare “Séries et dépendance / Dépendance aux séries”. Constatato che i francesi non hanno perso il vizio delle formule finto-intelligenti come “La follia dello scrivere / lo scrivere della follia”, registriamo che gli studiosi si sono dati appuntamento per discutere la delicata materia all’Université Paris Ouest (Nanterre la rouge, nel 1968).

 

Serietà e metodo scientifico. Lo stesso che una decina di anni fa, in un’università che al momento non ricordiamo, fu applicato ai nani da giardino. Era uscito da poco “Il favoloso mondo di Amélie”, con il nanetto di gesso fotografato nei luoghi più battuti dal turismo internazionale. C’erano bande di attivisti che rapivano gli gnomi prigionieri nelle villette. C’erano gli sgabelli-nanerottoli disegnati da Philip Stark. Il passaggio allo studio delle serie televisive, con relativo binge watching e sospetto che siano dannose se assunte in dosi massicce, si configura come un netto miglioramento. I nanetti son simpatici, ma restano un fenomeno di nicchia.

 

La premessa era drammatica. Una frase di Carlton Cuse (sceneggiatore di “Lost” e di “Bates Motel”, la serie sul giovane Norman Bates di “Psycho”) che paragona il suo mestiere a chi produce le patatine da aperitivo. “Ci mettono dentro qualcosa che spinge il consumatore a mangiarne in quantità”, sostiene nel più puro spirito complottista applicato agli scaffali del supermercato. E aggiunge: “Facciamo lo stesso con le serie tv. Mettiamo lo spettatore nella condizione di volere l’episodio successivo”.

 

Serve uno studioso francese per stupirsi e costruirci sopra un convegno. Messa così, anche Shéhérazade (l’astuta ragazza che per salvarsi la vita nelle “Mille e una notte” raccontava al re persiano una storia a puntate, senza finirla mai) sarebbe una spacciatrice di patatine con additivi. Il resto del mondo – con più pratica nell’arte del racconto che avvince, anche sotto forma di feuilleton, o romanzo a puntate praticato tra gli altri da Dickens e da Dostoevskij – chiama gli additivi “cliffhanger”. Come l’uomo che rimane appeso al precipizio, e una volta bisognava aspettare almeno una settimana per capire se (e come) se la sarebbe cavata.

 

 

Come le patatine con gli additivi

 

Nathalie Camart ha condotto una ricerca su un campione di 200 persone (spera possano diventare presto 5.000). Studenti e professionisti, per lo più, in maggioranza donne, che guardano soprattutto serie comiche, francesi e americane. Fantascienza e azione raccolgono meno preferenze, e quasi nessuno dichiara di sentirsi dipendente, e neanche va in crisi di astinenza se gli tolgono la serie preferita.

 

La studiosa conferma, ma solo a metà. Non funziona come nel gioco d’azzardo, unica forma di dipendenza senza droghe finora certificata. La media di tre episodi visti di seguito, sprofondati sul divano e spesso in streaming, non è tale da far danni, a parte un po’ di sonno perduto. Ma come succede in questi casi, chiede un supplemento di indagine, e si capisce che sta battendo cassa per un nuovo e generoso finanziamento. Magari, chissà, qualcuno trascura la famiglia e smette di farsi la doccia per vedere tutte le sei stagioni dei “Soprano”. 86 ore in tutto. Molte meno di quelle che servono per leggere “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust.  

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