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Elementare, Watson

Due showrunner di successo, due protagonisti richiestissimi, una sola puntata in età vittoriana

13 Gennaio 2016 alle 06:18

E lei è favorevole o contraria?”. Lestrade, ispettore di Scotland Yard, lo chiede alla signora Watson che orgogliosamente ha dichiarato “faccio parte di una campagna”. Per questo esce sempre, lasciando il marito in balia di una servetta che non sa bollire neppure un uovo. O forse lo saprebbe bollire: ma come tutti i personaggi minori ha un conto aperto con il dottor Watson. Nelle storie di Sherlock Holmes neanche compare, figuriamoci parlare. La campagna riguarda il voto alle donne, Mary Watson si riunisce con le suffragette, nella Londra di fine Ottocento, e insieme a loro trama.

 

Nella Londra vittoriana siamo finiti inseguendo lo Sherlock Holmes di Benedict Cumberbatch, e lì finirete anche voi se siete fan della serie scritta da Steven Moffat e Mark Gatiss. Con il titolo “L’abominevole sposa”, si poteva vedere ieri e lo si può vedere oggi al cinema, nelle sale del circuito Nexo Digital (che il 19 e 20 aprile trasmetterà nei suoi cinema, l’elenco è su internet, l’“Amleto” del National Theatre, quello per cui si formarono interminabili code; quello con il monologo del pallido principe spostato dalla sua sede naturale, poi rimesso dove lo voleva Shakespeare). 

 

Come mai due showrunner che con successo di pubblico e di critica hanno svecchiato Sherlock Holmes trapiantandolo nel mondo moderno (cominciando sempre in Afghanistan, che ha sempre una guerra atta a procurare incubi al reduce dottor Watson) decidono di rituffarsi nell’epoca vittoriana, infliggendo a Sherlock la mantellina e il berretto con il paraorecchi? Per divertirsi, prima di tutto. Per avere più citazioni da spendere, e più riferimenti con cui giocare. Fin qui, arrivano i giochi narrativi. A cui va aggiunta la sempre più scarsa reperibilità – per il tempo necessario a girare i tre lunghi episodi paragonabili a un film, che finora costituivano una serie – degli ormai lanciatissimi Benedict Cumberbatch e Martin Freeman.

 

Un solo episodio, stupefacente e ricco di dettagli da decifrare, nella speranza che i fan non protestino. Il titolo evoca le “sensation novel” dell’epoca, niente affatto puritana come viene dipinta (leggere per credere “Inventing the Victorians” di Matthew Sweet, sottotitolo “Cosa crediamo di sapere su di loro, e perché ci sbagliamo”, i capitoli vanno dal sesso al chintz delle tappezzerie ai freak show). Sherlock e Watson vanno a vivere insieme nella casa di Miss Hudson – un’altra che si lamenta, “perché non scrive mai di me?” – e cominciano i loro litigi da innamorati. “Sono stato via solo qualche anno” faceva notare lo Sherlock moderno in una precedente puntata della serie, quando scopre che l’amico (e tenutario di blog dove narrare le avventure del detective, come passa il tempo, chi ce l’ha più un blog?) si è fidanzato e sta per sposarsi.

 

Una gemella segreta

 

Anaffettivo, drogato, capriccioso e impermeabile al fascino femminile , Sherlock cerca di risolvere il caso della sposa suicida. Morta, ma capace di sparare a una serie di maschi terrorizzati. “Ci sarà una gemella”, suggerisce Watson, a cui l’Ottocento impone grandiosi baffoni. “Una gemella segreta”, suggerisce di nuovo Watson, che ovviamente non ha letto le regole stilate negli anni Venti dal giallista S. S. Van Dine su The American Magazine. L’arcinemico Moriarty c’è, e non poteva non esserci. Ci sono anche le cascate Reichenbach, in Svizzera, dove Arthur Conan Doyle fece morire Sherlock Holmes (per dedicarsi in pace allo spiritismo, sospettiamo, e prendere per fatine certe sagome fotografate da ragazzine in vena di scherzi). Tutto spezzettato, e ricomposto come neanche riuscite a immaginare.

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