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Big bird, big deal

Sesame street, il leggendario programma per bambini, passa a pagamento. Ma va così male?

19 Agosto 2015 alle 06:27

Big bird, big deal

Scandalo e raccapriccio. Pare il bis di quando Margaret Thatcher abolì il bicchiere di latte gratis ai bambini delle scuole. “Sesame Street” – il più famoso e longevo programma tv d’America destinato ai piccini, in onda sulla Pbs dal 1969 – il prossimo settembre verrà trasmesso sulla Hbo. Proprio la tv a pagamento che trasmette i massacri e gli stupri di “Game of Thrones”: quanto di più lontano si possa immaginare dalla rete pubblica, finanziata attraverso donazioni da parte di privati e organizzazioni, che manda in onda soprattutto documentari e non conosce spot pubblicitari.

 

Business is business, ammettono anche i più sfegatati fan di Big Bird, l’uccellone giallo che assieme agli altri Muppets è entrato nella cultura popolare, non solo infantile (“Mitt Romney mi vuole uccidere” strillò il pupazzone durante la campagna elettorale del 2012, il candidato repubblicano aveva annunciato tagli alla sanità di Obama e tagli alla Pbs). La Pbs forniva peraltro soltanto il dieci per cento del budget necessario alla produzione del programma, nato con finalità educative. Gli sketch con i vari personaggi, di stoffa o in carne e ossa, avrebbero dovuto insegnare ai bambini delle famiglie svantaggiate e con genitori assenti un po’ di alfabeto, un po’ di aritmetica, un po’ di educazione, un po’ di consigli, per esempio su come attraversare la strada senza farsi mettere sotto.

 

In Italia la serie fu battezzata “Sesamo apriti”, e non attecchì mai veramente. Nel resto del mondo, da Israele all’Arabia Saudita, dal Bangladesh alla Polonia, il format fu adattato alle lingue e alle usanze locali, con accordi di coproduzione: le tv degli altri sono più brave anche a copiare. Da una sua costola nel 1976 uscì il “Muppet Show”, serie cara agli spettatori adulti per le parodie dei film, da sala o da cineteca, a cui si sono aggiunti di recente i serial tv. “Game of Thrones” diventa “Game of Chairs”, un sanguinario gioco dei quattro cantoni (Daenerys Targaryen partecipa tenendo tra le braccia il suo draghetto neonato). Frugando negli archivi, c’è pure Ingmar Bergman, con “Silent Strawberries”, che silenziosamente allude a “Il posto delle fragole” (Jim Henson, che creò i primi Muppet negli anni Cinquanta, adorava i film dello svedese).

 

I figli dei genitori che non possono permettersi la tv via cavo saranno bambini di serie B, proprio loro che ne avrebbero più bisogno. I genitori ideologicamente contrari alla Hbo, vista la quantità di sconcezze che trasmette, saranno costretti a fare l’abbonamento (già partita la parodia, anche in questo caso, i mashuppari – dicesi mash-up un ibrido cinematografico – non dormono mai: l’allegrissima sigla di “Sesame Street” accoppiata agli scarsi sorrisi, perlopiù ghigni, dei re guerreggianti e morenti). Sono queste le accuse, almeno nei titoli. A guardar meglio la situazione, l’allarme è francamente esagerato.

 

La Hbo manderà gli episodi delle nuove stagioni (il contratto ne dura cinque) con nove mesi di anticipo sulla Pbs. I soldi freschi consentiranno al “Sesame Workshop” (la società, anche questa non-profit, che produce il programma) di realizzare 35 puntate l’anno, invece delle solite 18. I bambini svantaggiati non lo saranno poi tanto. Nove mesi di ritardo, a un’età in cui – come ben sanno i genitori – il piacere sta nel guardare e riguardare più volte lo stesso programma fino all’ossessione, non sembra un grave danno. L’alternativa era rinunciare del tutto al programma, fino a qualche anno fa finanziato con la vendita dei dvd. Comprati dai genitori dei bimbi ricchi, per donare ai poveri.
 

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