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Pulp di ieri e di oggi

Ma l’èra vittoriana era così buia come ce la raccontiamo? “Penny Dreadful” funziona ancora

15 Luglio 2015 alle 06:03

Eva Green era la magnifica Bond girl che in “Casino Royale” prendeva a occhio le misure per lo smoking di Daniel Craig (ovvio che poi rimane l’unica mai dimenticata tra le varie signorine). Era la grande seduttrice – da perderci la testa fino ad ammazzare – nel secondo “Sin City”, diretto da Frank Miller e Robert Rodriguez. In “Dark Shadows” di Tim Burton (tratto da una serie tv in onda tutti i pomeriggi dal 1966 al 1971, quindi amatissima dai ragazzini americani, tra i fan anche Madonna) era la strega Angelique, nemica giurata di Barnabas Collins. In “300 - L’alba di un impero” era la regina Artemisia, spietata nelle battaglie navali e alquanto doppiogiochista. Conquista il suo ultimo ruolo da dark lady nella serie “Penny Dreadful”. Dark lady vittoriana, come suggerisce il titolo: “penny dreadful” erano i romanzacci popolari venduti a un penny, pieni di sangue e atrocità, fantasmi e serial killer, vampiri e fanciulle in pericolo. Insomma, i pulp dell’epoca. Serve un bel coraggio – da parte del regista e sceneggiatore John Logan, lo stesso che insieme a Neal Purvis e Robert Wade ha firmato “Skyfall”, terzo Bond movie con Daniel Craig – per battezzare così una misteriosa e bellissima signora.

 

Basta la sigla per capire che nulla della Londra ottocentesca ci verrà risparmiato: non le nebbie, non i “resurrection men” (tipacci che disseppellivano cadaveri per rifornire le scuole di anatomia, i più simpatici sono nel film di John Landis “Burke & Hare”), non Jack lo Squartatore, non gli studi sul magnetismo e la corrente elettrica, non gli egittologi. Vale per la cronaca, e vale per i personaggi da romanzo: dal barone Frankenstein al cacciatore di vampiri van Helsing, da Dorian Gray alla coppia Dottor Jeckyll e Mr Hyde.

 

Avevano tentato un’operazione simile Alan Moore e Kevin O’Neill nella graphic novel “La lega degli straordinari gentlemen”, poi diventato un film diretto da Stephen Norrington (alla solita banda di mostri, vampiri, eterni giovanotti, si aggiungono il Capitano Nemo e l’Uomo Invisibile). Per Alan Moore era la seconda incursione nella Londra vittoriana dopo “From Hell”, dedicato appunto a Jack lo Squartatore e firmato assieme a Eddie Campbell.

 

Nel suo saggio “Inventing The Victorians”, Matthew Sweet sostiene che l’epoca della regina Vittoria non era così brutta come la si dipinge. Non si coprivano le gambe dei tavoli, ci si divertiva parecchio tra fiere e bordelli, gli interni delle case erano colorati, ai vittoriani dobbiamo l’invenzione dei centri commerciali, dei parchi a tema, della cronaca nera, del travestitismo, naturalmente dei best seller, e perfino delle serie tv, se le consideriamo pronipoti del romanzo a puntate. La pessima fama è dovuta ai sedicenti “moderni” che cercavano di prendere le distanze dagli antenati, con Virginia Woolf e il promiscuo gruppo di Bloomsbury, nemici giurati dell’ipocrisia, a far da fiancheggiatori.

 

Visto che ai vittoriani somigliamo così tanto – anche loro cercavano emozioni forti – le loro storie ancora funzionano. “Penny Dreadful” mostra un fotografo attorno a Jack lo Squartatore: in altri tempi potrebbe essere Weegee, o l’operatore con la videocamerina che nel film “Lo sciacallo” accorre per primo sul luogo dei delitti. Il giovane Victor fa i suoi esperimenti sui cadaveri, ricordandosi però di dare un nome alla creatura che si alza dal tavolo anatomico (nel romanzo di Mary Shelley era la rimostranza numero uno verso lo scienziato). Non si era visto un Frankenstein tanto moderno, accoppiato a un mostro tanto smarrito, dalla versione teatrale diretta a Londra da Danny Boyle, con Benedict Cumberbatch e Jonny Lee Miller che si scambiavano i ruoli ogni sera.

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