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Sennò uccido il nano

Gli insulti via social indirizzati allo sceneggiatore di “Game of Thrones”: niente di nuovo

1 Luglio 2015 alle 06:18

State buoni sennò faccio morire Tyrion”. E’ guerra tra George R. R. Martin e i fan di “Game of Thrones”. Una scaramuccia c’era già stata nel 2011, quando la Hbo diede il via alla serie tratta da “Cronache del ghiaccio e del fuoco”, sceneggiatori David Benioff e D. B. Weiss. I fan non sopportavano che il loro romanziere adorato perdesse tempo con la tv, invece di concludere la gigantesca saga: “Pull the fucking typewriter out of your ass, and start fucking writing”.

 

Ora è George R. R. Martin a minacciare, furioso per gli insulti ricevuti al termine della quinta stagione, fermo immagine sull’improvvisa morte di un personaggio (non diciamo il nome per correttezza spoileristica, i cultori della serie – in Italia su Sky Atlantic – lo conoscono, agli altri non dice granché). Tanto rumore per quasi nulla. E’ risaputo che “Game of Thrones” non rispetta il galateo narrativo secondo cui i personaggi di rilievo scampano a battaglie, avvelenamenti, congiure, pestilenze. E l’eroe potrebbe non essere morto davvero, gli espedienti per risuscitarlo sono parecchi. Tutti ben collaudati prima che la tv ereditasse l’attrattiva e la popolarità del romanzo a puntate o del feuilleton.

 

“State buoni sennò faccio morire il nano”. Tyrion, per i non cultori della serie, è Tyrion Lannister, detto il folletto o addirittura “il mezzo uomo”. Puttaniere, quasi sempre ubriaco, appartiene al casato dei Lannister, uno dei sette che a Westeros lottano per il potere. Suo fratello Jaime coltiva una relazione incestuosa con la comune sorella Cersei (siccome qui non vale la regola secondo cui la leggiadria si accoppia con la bontà, il resto della famiglia è di abbagliante bionditudine). Tyrion – l’attore si chiama Peter Dinklage – fu il primo motore che ci appassionò alla serie. Il secondo è Daenerys Targaryen, principessina che un tempo custodiva preziose uova, e ora può contare su dragoni adulti e sputafuoco.

 

In “L’ultima avventura”, Arthur Conan Doyle fece precipitare Sherlock Holmes da una cascata, avvinghiato al mortale nemico Moriarty. Non ne poteva più del personaggio che lo aveva reso celebre. Dopo le proteste dei lettori, tre anni dopo il detective fu resuscitato. La serie della Bbc, con Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, sfrutta con colpo di genio l’episodio: nel frattempo Watson si è fidanzato e sta per sposarsi (segue scena di gelosia: “Sono stato via solo tre anni”).

 

In “Misery”, Stephen King immagina uno scrittore di romanzi popolari che decide di cambiar genere, uccidendo Misery Chastain. Non ha fatto i conti con la fanatica lettrice-infermiera che lo tortura fino a resurrezione dell’eroina. Per tenere lontano l’incubo, George R. R. Martin ha preso le distanze dalla serie: “Chi sono io per interferire con il lavoro di altri professionisti?”.

 

Rotto l’incanto, l’ultima stagione è stata criticata – oltre che per sottrazione di personaggio -–per eccesso di violenza e derive verso “Lost”: troppi colpi di scena, difficili da ricondurre a una trama sensata. il voltafaccia sembra eccessivo, in una serie dove abbiamo visto una fanciulla combattere nell’arena con un orso. Stancarsi è legittimo, ma non toglie il piacere principale procurato dalla serie: il gusto dell’assurdo, più precisamente del “preposterous” che confonde il prima con il dopo. Si discute come oggi di eutanasia. Si liberano gli schiavi che rimpiangono le fosse da combattimento (fanno da ascensore sociale). Nei bordelli, le puttane spogliano dall’armatura i clienti come se togliessero loro giacca e cravatta.

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