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Perché non fare 1993

“1992” era partita quasi bene, ed è finita malissimo. Dagli attori, alle inquadrature, fino al sesso

22 Aprile 2015 alle 06:18

Perché non fare 1993

Una scena della seri "1992"

L’inizio era promettente, il seguito procura fitte di imbarazzo. I primi due episodi di “1992”, visti alla Berlinale, pur non essendo smaglianti meritavano una parola di incoraggiamento, che in effetti fu spesa. Se non altro, per la scelta di affrontare gli anni di Tangentopoli (la Resistenza e il ’68, campetti a lungo coltivati, ormai non davano più frutti, dai santi la tv generalista era passata agli sportivi senza apprezzabili miglioramenti). La speranza era che gli sceneggiatori Stefano Sardo, Ludovica Rampoldi, Alessandro Fabbri e il regista Giuseppe Gagliardi facessero tesoro della lezione di “Romanzo criminale” e di “Gomorra”. Quel “fare le cose bene”, raro nella fiction italiana: buone trame, buoni attori buoni dialoghi. Nelle due prime puntate si sentiva la presenza dello sceneggiatore ombra chiamato realtà. I personaggi di fantasia non lasciavano immaginare quel che sarebbero diventati: macchiette in situazioni costruite con spirito didattico. Fabbricati con poca arte, costretti a dialoghi inascoltabili: fuori dalla tv nessuno parla a quel modo, dentro la tv nessuno dovrebbe parlare a quel modo (se lo fa, bisogna sospendere l’assegno percepito dagli sceneggiatori).

 

“Da un’idea di Stefano Accorsi” sembrò voler dire che l’attore coglieva l’occasione per mostrarsi nudo da subito (botta di narcisismo tollerabile, con tutti quei muscoli freschi di personal trainer). All’ennesima apparizione dell’attore in mutande – nere con maglietta nera, nel salotto con vista sulla torre Velasca – la pazienza scappa. Quando si riveste è peggio: fronte aggrottata se pensa (c’è da rifare l’Italia), tentativo di imitare Jon Hamm in “Mad Men” durante le riunioni (sono pubblicitari entrambi, devono aver ragionato). Se pensiamo che il format minaccia di andare avanti – dopo il 1992 arriverà il 1993 e così via fino a esaurimento del pubblico –c’è da fasciarsi la testa. Sparare su Tea Falco – l’ex ricca e drogata e viziata Bibi Mainaghi, che alla morte del padre acchiappa le redini dell’azienda – è come sparare sulla Croce Rossa. O almeno sembrava, prima che la mamma psicoanalista aprisse il fuoco di copertura. Bernardo Bertolucci l’ha lanciata con “Io e te”, e ora ce la teniamo, per non dispiacere al maestro. Resta il birignao, fastidioso al massimo nonostante i corsi di dizione (la fonte è sempre mamma). Resta il vuoto di un personaggio che sembra lì soltanto per far incontrare gli altri personaggi. Poi però guardiamo gli altri personaggi, e capiamo che anche loro fungono da svincoli: ce ne fosse uno di cui vogliamo sapere la sorte. L’indistinto sta risucchiando anche Guido Caprino, che all’inizio sembrava il più interessante e originale: ex militare, ora leghista eletto in Parlamento, alle prese con la “Roma tentacolare”, prende lezioni di politica dal democristiano Gianfelice Imparato (tutto un parlare a mezza bocca, pure lui). E’ lì per salvare l’aspirante soubrette Miriam Leone – nonché compaesana lassù al nord, guarda un po’ il colpo di scena – dalle grinfie dei produttori assatanati. Della serie: brave ragazze che sbagliano.

 

La regia conosce soltanto i primi piani: siamo in tv, d’accordo, azione ce n’è poca, i tribunali e il Palazzo di Giustizia sono spogli. Ma esistono anche altre inquadrature, meno penalizzanti per gli attori. Abbiamo lasciato per ultime le scene di sesso, bestia nera per qualsiasi regista. Niente da fare: una in fila all’altra, sono una collezione di grugniti, sudori, palpamenti in tutte le sfumature del ridicolo.

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