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“Life’s Too Short”

La serie che fa da antidoto al politicamente corretto ha per protagonista un nano odioso

18 Marzo 2015 alle 06:18

Dopo aver visto “La famiglia Bélier” – nelle sale la prossima settimana – urge qualcosa che levi il sapore di melassa dai denti. Qualcosa di forte, qualcosa di acido, qualcosa di crudo. Siccome i programmi per spettatori adulti (per capirci: chi non riesce più a divertirsi con certi supereroi sgasati come la minerale lasciata aperta, e preferisce “Birdman” di Alejandro González Iñárritu che sugli attori in maschera versa il vetriolo) si trovano più facilmente in tv, lì andiamo a procurarci un controveleno.

 

“La famiglia Bélier” di Eric Lartigau racconta una famiglia di sordomuti: vivono nella campagna francese in armonia finché la figlia adolescente non decide di andare a Parigi per un concorso di canto (urla e strepiti, nel linguaggio dei gesti, ma abbiamo l’impressione che gli attori neofiti esagerino). Basta attraversare la Manica per trovare l’antidoto: i sei episodi di “Life’s Too Short” – non ne hanno girati altri, in Italia erano in onda su Sky Arte. L’ultimo è doppio, dura un’ora, ha come guest star Val Kilmer, l’unico Batman che nessuno ricorda (il film era diretto da Joel Schumacher, non bastasse lo avevano intitolato “Batman Forever”).
Sordomuti (nel film) contro nani (nella serie). Lacrime facili (sul grande schermo) e comicità difficile (sull’elettrodomestico del salotto, produzione congiunta Bbc e Hbo). Girata come un finto documentario, “Life’s Too Short” è prodotta da Stephen Merchant e da Ricky Gervais, la carogna di “The Office” made in Uk (in America eredita il suo ruolo Steve Carell). Nella parte di se stesso – anche qualcosa di più, visto che nella vita non ha mai messo su un’agenzia chiamata “Nani in affitto”, e non ha mai consigliato i registi che i folletti in miniatura devono essere sei oppure otto, ad affittarne sette si rischia l’effetto “nani di Biancaneve” – troviamo Warwick Davis.

 

E’ il secondo attore nano più famoso del cinema: al primo posto troviamo Peter Dinklage, al cinema in “The Station Agent” di Thomas McCarthy e in ben due “Death at The Funeral”, l’originale inglese e il remake americano, entrambi da star male per le risate. A renderlo famoso è stato il personaggio di Tyrion Lannister in “Game of Thrones”: abito di broccato, e per regola di vita: “Se proprio vogliono darti un nome, accettalo, fallo tuo, in modo che poi non possano mai più usarlo per farti del male” (i neri americani hanno fatto il gran passo con “nigger” e dovrebbero pensarci seriamente anche gli altri che temono le offese: la mordacchia ai comici non serve a nulla).

 

La filmografia di Warwick Davis comprende tutti i film con i nani senza Peter Dinklage. Il fantasy “Willow” di Ron Howard (uno dei peggiori del regista, il soggetto era di George Lucas, puzza di manoscritto giovanile ritrovato), un assortimento di Harry Potter e un assortimento di “Star Wars”, da quando ancora era “Guerre stellari” a “Il risveglio della forza”, l’ultimo titolo della saga diretto da J. J. Abrams, nelle sale a Natale. In “Life’s Too Short” è insopportabile, perfino odioso. Il che se ci pensate in fondo è una forma di non discriminazione: i caratteracci sono dappertutto, mica solo appannaggio dei normodotati (non siamo riusciti ad arrivare in fondo senza cedere al linguaggio rispettoso, ma siamo sicuri che avete immediatamente letto “normali”).

 

[**Video_box_2**]Warwick Davis ruba i ruoli ai colleghi invece di far loro da agente, non vuole accettare che la moglie lo ha lasciato (a lei è rimasta la casa, lui senza chiavi rientra dallo sportellino del cane), buca le gomme alla macchina del rivale. L’unico che gli tiene testa – chiamatelo pure nemesi – è un commercialista che quando patteggia spunta una cifra più alta di quella richiesta in precedenza dall’ufficio tasse. Ha una segretaria completamente idiota, e del resto un precedente programma di Ricky Gervais e Stephen Merchant era intitolato “An Idiot Abroad”: lo sguardo è meno interessante della messa in piega. All’adolescente nerd che gli chiede un autografo gratis perché ha l’Aids, risponde: “Non ci credo, bisogna aver fatto sesso almeno una volta”. Tappa obbligata, la contabilità tra tartassati: “I neri? Non ne ho mai visto uno sparato dal cannone tutti i giorni, il sabato due volte”.
Mariarosa Mancuso

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