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Il vero problema non è l’immigrazione, ma l’emigrazione

Negli ultimi quattro anni ha lasciato l’Italia quasi l’1 per cento dei suoi abitanti, il doppio rispetto a dieci anni fa

11 Giugno 2019 alle 11:27

Il vero problema non è l’immigrazione, ma l’emigrazione

Professor Cassese, Salvini ha dichiarato nel giugno 2018: “Da soli sette giorni al governo, sto lavorando per recuperare quasi sette anni di ritardi e di buonismo: il nostro obiettivo è ridurre gli sbarchi e aumentare le espulsioni, tagliare i costi per il mantenimento dei presunti profughi e i tempi della loro permanenza in Italia, coinvolgendo istituzioni europee e internazionali che fino a oggi hanno lasciato gli italiani da soli. Sapremo farci ascoltare!”. Poi, il 21 marzo 2019: “Abbiamo ottenuto risultati evidenti sull’immigrazione clandestina, che nessun Minniti, nessun Alfano di turno aveva ottenuto. Spero quindi di occuparmi sempre di meno di sbarchi”. Lei che ne pensa?

 

Distinguiamo: prima vediamo quale è il problema; poi quale la percezione che di esso si ha; poi la sua consistenza reale; successivamente la soluzione che bisognerebbe dare secondo il diritto; infine i problemi che l’immigrazione oscura. Percorso tortuoso. Cominciamo dal problema. I tedeschi chiamano “Völkerwanderung”, movimento di popolazione, quel che sta accadendo. Per l’immigrazione che maggiormente richiama l’attenzione, quella dall’Africa verso l’Europa, bisogna tener conto che, con il progresso delle comunicazioni, diventa visibile lo scarto in termini demografici ed economici: dall’altra parte del Mediterraneo c’è una popolazione che è tre-quattro volte quella europea, ma che è undici volte meno ricca. Mi pare chiaro che sia estremamente difficile fermare il movimento, e attenuarne la portata mediante espulsioni. Si tratta, quindi, in termini generali, di ricevere meglio, stabilendo appositi canali e quote, ma, nello stesso tempo, di accogliere meglio e integrare. E questo perché è nell’interesse nazionale. Gli studi demografici dell’Onu dimostrano che l’immigrazione riesce a compensare – e solo parzialmente – l’invecchiamento della popolazione. Gli immigrati contribuiscono non alla produttività (considerato il loro livello di istruzione), ma al lavoro (svolgono mansioni che gli italiani non svolgono più, come quelli manuali meno qualificati) e alla sostenibilità del sistema pensionistico. Emanuele Felice, in un accurato articolo sulla Repubblica del 6 aprile 2019, ha spiegato perché siamo l’economia che ha più bisogno degli immigrati. La Fondazione Moressa ha calcolato che già oggi il 10 per cento degli imprenditori è costituito, in Italia, da immigrati: cinesi, marocchini, rumeni, pachistani, indiani, persone provenienti dal Bangladesh si dedicano al commercio, alla manifattura, alla ristorazione, all’edilizia, ai servizi. Questo farà sorgere altri problemi, che riguardano l’eguaglianza e la giustizia, perché ci stiamo comportando come gli antichi greci, che discettavano di democrazia, ma convivevano con meteci e con schiavi.

 

Il problema mi pare ora chiaro. E la percezione?

Ripetuti sondaggi mostrano che il numero degli immigrati è ritenuto tre volte superiore a quello reale. E Alberto Alesina, riprendendo studi scientifici, sul Corriere della Sera del 9 luglio 2018, ha dimostrato che il numero dei nuovi arrivati è sempre sovrastimato. Aggiunga quel che è venuto fuori nel mese di aprile 2019, cioè che si stimava in mezzo milione il numero degli immigrati irregolari, mentre la cifra, secondo il ministero dell’Interno, sarebbe scesa a 90 mila. Dico “sarebbe” perché le cifre indicate dalle autorità sono molto incerte e chi vuole disporre di dati attendibili deve consultare quelli prodotti dall’Ismu-Iniziative e studi sulla multietnicità, dall’Ispi-Istituto di studi politici internazionali, oltre che dall’Ocse e dall’Istat. Si ha l’impressione che le percezioni sbagliate siano alimentate da leader politici che – qualche volta inconsapevolmente – se ne servono per ragioni elettorali. Quando da 500 mila si è scesi a 90 mila, il ministro dell’Interno ha cominciato a evocare un altro pericolo, suscitando una diversa paura, quello del terrorismo.

 

Passiamo ai fatti. Qual è la realtà delle cose?

Allineo alcuni dati. Le stime più recenti sul numero degli irregolari indicano la cifra di 600 mila. Le richieste di asilo in Italia sono 813 per ogni milione di abitante, contro 1.644 della Francia e 1954 della Germania. La pressione demografica non è, quindi, così forte come sembra. Nel 2018 l’Italia ha concesso il diritto di asilo a 47.885 migranti, specialmente nigeriani, pachistani e bengalesi, più di quelli accolti dalla Francia e più di quelli accolti dall’Italia nel 2017. Dunque, Salvini può dire di aver cambiato radicalmente registro, ma questo non è vero. Su 38 milioni di immigrati in Europa, 17 provengono da un altro paese europeo. Quindi, secondo i trattati, hanno libertà di movimento nell’Unione. Per i trasferimenti da paesi europei, ma non parte dell’Unione europea, come quelli dell’area balcanica, l’Ucraina e la Moldova, sia governi a guida democratica, sia governi con l’alleanza M5s-Lega hanno eliminato il visto; gli stessi governi hanno sempre permesso l’ingresso di professionisti, scienziati, informatici, infermieri con la cosiddetta Carta blu Ue. Questo vuol dire che si proclama a gran voce che i porti sono chiusi, ma in realtà (e giustamente) le frontiere sono porose, lasciano entrare, e questo sia perché ne abbiamo bisogno, sia perché questo è l’unico modo per rispettare il diritto, innanzitutto il diritto costituzionale italiano. A tutto questo si aggiunge il fatto che porti chiusi non vuol dire che imbarcazioni con 10-20 immigrati non possano sbarcare sulle spiagge, come illustrato dal presidente della Corte d’appello di Palermo, nella relazione fatta ad inizio 2019, ampiamente riassunta da Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera del 29 gennaio 2019.

  

Tutto questo porta a un forte ridimensionamento del problema sui due lati: la pressione migratoria è in realtà minore di quella evocata per motivi elettorali e il nostro paese è meno duro e chiuso di quanto vuol far apparire.

Piano nel darci una patente di paese rispettoso del diritto. Le convenzioni internazionali e il diritto internazionale consuetudinario vietano il respingimento collettivo e l’articolo 10 della nostra Costituzione richiede l’accertamento persona per persona delle condizioni di cittadinanza e libertà, imponendo un esercizio di diritto comparato (vi è implicito un diritto di accoglienza). In più, l’articolo 10 contiene una riserva di legge. Possiamo dire che i tre vincoli siano stati rispettati? Si possono bloccare tutti gli immigrati che sono su una nave, senza identificarli uno per uno e accertare se hanno diritti che la Costituzione riconosce agli stranieri, in alcune condizioni? Sono state individuate e valutate, persona per persona, le diverse finalità da tutelare? Può il ministro dell’Interno procedere sulla base di direttive? Viene rispettata la direttiva europea 2013/32 Ue che assicura una serie di diritti ai richiedenti asilo e ordina in apposite procedure i poteri delle autorità nazionali?

 

Ma finora ha parlato dell’ammissione, poi c’è il problema dell’integrazione.

Qui sorgono i problemi principali. C’è la questione dei diritti: la prima parte della Costituzione è diretta a tutelarli per gli uomini (e le donne); dove fa riferimento ai soli cittadini, la Corte costituzionale ha operato un ampliamento progressivo. Ma non tutti i diritti vengono riconosciuti, perché, quando si arriva a quelli politici, ci si arresta. Così si produce uno squilibrio, come quello di Aristotele ad Atene, dove non ebbe la cittadinanza, rimase un meteco, senza poter partecipare alla vita politica. Domanda: la Repubblica è costituita di soli cittadini?

 

Per concludere, passiamo all’ultimo punto: i problemi che l’immigrazione (sopravvalutata) oscura.

Ha richiamato su di essi l’attenzione Federico Fubini in più articoli sul Corriere della sera e nel libro Per amor proprio. Perché l’Italia deve smettere di odiare l’Europa (e di vergognarsi di se stessa), Milano, Longanesi, 2019 (p. 53, 55, 66-67, 72). Negli ultimi quattro anni ha lasciato l’Italia quasi l’un per cento dei suoi abitanti, a ritmi raddoppiati rispetto a dieci anni fa. In nove anni, 2,7 milioni di europei si sono trasferiti in Germania, al netto di coloro che sono ripartiti. Il risultato è che i paesi di origine hanno fatto un “regalo” alla Germania superiore a 200 miliardi di euro di investimenti pubblici in istruzione, che sono stati messi a frutto dalla Germania. Dunque, il vero problema non è l’immigrazione, ma l’emigrazione.

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