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I tassi di occupazione spiegano perché l'economia italiana è stagnante

Siamo tra i fanalini di coda in Europa e la nostra produttività è più bassa rispetto ai partner dell'Ue. Ma il governo Lega-M5s premia il "non lavoro"

9 Aprile 2019 alle 10:32

I tassi di occupazione spiegano perché la nostra economia è stagnante

Conte, Di Maio e Salvini presentano Quota 100 e il reddito di cittadinanza (Foto LaPresse)

Professor Cassese, Zingaretti ha annunciato un piano straordinario di investimenti per rilanciare l’occupazione e “sostenere il lavoro”.

 

Finalmente quella che dovrebbe essere l’opposizione si fa sentire, e nel modo giusto. Ricordiamo che senza opposizione non c’è democrazia. E che, perché ci sia opposizione, occorre che vi sia una forza politica con una leadership coesa, un seguito elettorale, una “piattaforma”. La proposta di Zingaretti comincia ad avere l’aspetto di una piattaforma, cioè di una proposta politica, di un’offerta, sulla base della quale raccogliere consensi. 

 

Perché, in particolare, questa proposta?

 

Per tanti motivi. Perché la nostra Repubblica è “fondata sul lavoro”, come dispone l’articolo 1 della Costituzione. Perché il lavoro fa la parte del leone nella Costituzione: ricorre 13 volte; c’è un diritto al lavoro, ma anche un dovere di svolgere attività per il progresso della società; il lavoro è promosso e favorito, oltre che tutelato.

 

Fin qui il diritto.

 

C’è anche l’economia. Lamentiamo sempre che stiamo tra i fanalini di coda in Europa. Ma guardi i tassi di occupazione. Secondo Eurostat gli occupati in relazione alla comparabile popolazione stanno nei Paesi di punta (quelli scandinavi, Regno Unito, Francia, Germania) o a più dell’80 per cento o tra il 70 e il 79 per cento, mentre in Italia sono a poco più del 60 per cento. Se questi sono i dati sull’occupazione, si capisce che la nostra produttività sia bassa e la nostra economia stagnante.

 

Ma che hanno fatto i governi per l’occupazione?

 

Negli ultimi anni, hanno premiato il “non lavoro”, piuttosto che il lavoro. Ambedue i provvedimenti dell’attuale governo M5s-Lega vanno in questa direzione: facilitano l’uscita dal lavoro (quota cento), erogano sussidi a chi non lavora (indennità di cittadinanza). E non ho finito.

 

Vuol dire che il lavoro dovrebbe essere l’obiettivo centrale non solo perché lo dice la Costituzione, ma anche perché lo consiglia l’economia.

  

No, voglio richiamare l’attenzione su un dato che direi antropologico o culturale, che costituisce un fattore di freno. La diffusa concezione del lavoro come “travaglio” (un noto francesismo che ricorda il travaglio del parto, il lavoro duro e faticoso, quasi una sofferenza), a cui si oppone il lavoro come “Beruf” (un termine reso popolare in Germania da Lutero, che così tradusse “vocazione”, compito). Pensi a quanto è centrale nel nostro Paese la preoccupazione per la pensione, la fase della vita nella quale non si lavora, a quanto è ancora bassa l’età della fine del lavoro, della pensione (molto più bassa di fatto di quello che dispongono le norme, per via delle regole speciali). Pensi a quante tensioni questo produce nella società e nello Stato, anche in termini finanziari. Ma di questo si è scritto tanto, a partire dagli scritti di quella autentica maestra della materia che è la professoressa Elsa Fornero, a cui dobbiamo una delle migliori leggi italiane, oltre che una intensa attività didattica e divulgativa sulla materia. Sarebbe ora di riconoscere i suoi grandissimi meriti, anche per smentire l’opinione e gli atteggiamenti del ministro dell’Interno, che non perde occasione per criticarla, con atteggiamento sprezzante.

 

Qual è, invece, l’aspetto meno considerato?

 

Quello sociale e umano. Il valore-lavoro nella Costituzione non è considerato soltanto come fonte di reddito, ma anche come funzione svolta dall’individuo per la società, modo di stare insieme con gli altri, contribuendo alla vita collettiva. Anche qui vi sono due aspetti. Quello individuale, perché il lavoro è fattore di socializzazione: chi non lavora si isola (pensi alla solitudine dei nostri troppi pensionati). Quello collettivo, perché lavorando si contribuisce alla costruzione della società, si vive nella comunità, come spiega molto bene la seconda parte dell’articolo 4 della Costituzione.

 

Ma i sindacati non dovrebbero essere loro i portatori principali e i difensori del valore lavoro?

 

Certamente, anche perché hanno tutti nella loro “ragione sociale” il lavoro. Ma poi i loro iscritti sono in maggioranza pensionati, per cui i sindacati finiscono per essere i partigiani del non lavoro.

 

Che fare, dunque?

 

Innanzitutto, moltiplicare la domanda di lavoro, come propone Zingaretti. Poi, adottare provvedimenti semplici, come quello americano che vieta il “compulsory retirement”. Oggi il termine dell’attività lavorativa è insieme un diritto e un obbligo. Chi voglia non andare in pensione all’età prescritta (67 o quota cento), non può farlo. Negli Stati Uniti, anche con il contributo di storici e di filosofi, a seguito di un dibattito di qualche anno fa, si pervenne alla conclusione che un obbligo generalizzato costituisce una discriminazione fondata sull’età. Conosco l’obiezione: così non si liberano posti per i più giovani. Si tratta di una obiezione sbagliata, perché parte da una immagine statica della società. Questa non è un alveare con tante celle predeterminate. I posti possono aumentare proprio se più persone lavorano.

 

Comunque, i fatti smentiscono coloro che affermano che pensionamenti anticipati consentono nuove assunzioni, perché queste sono sempre in numero inferiore alle uscite. L’eliminazione dell’obbligo generalizzato (che consente quindi discipline speciali e riconoscimento di lavori faticosi) romperebbe un “tabù”, aprirebbe una strada. Infine, a chi si approssima alla fine dell’attività lavorativa, dovrebbero essere offerte altre posizioni, per permettere la scelta di restare, con un lavoro diverso: l’autista di mezzi pubblici potrebbe voler restare, se gli si offrisse di fare un lavoro d’ufficio; la maestra d’asilo potrebbe portare la sua esperienza, se le si offrisse il posto di consigliere delle famiglie con figli piccoli; il dipendente pubblico potrebbe essere interessato a lavorare part-time, se gli si offrisse questa possibilità al termine della sua attività lavorativa a tempo pieno. Lo storico americano considerò molte di questa possibilità in un libro intitolato “A Republic of Choice”. Libertà è anche possibilità di fare scelte.

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