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Il sistema democratico dei Cinque stelle vale per gli altri

Il Movimento approva delle regole e poi, quand’è il momento di applicarle, le modifica. I problemi del sistema minoritario secondo Cassese

4 Settembre 2018 alle 06:04

Il sistema democratico dei Cinque stelle vale per gli altri

Foto LaPresse

Professor Cassese, Di Maio ha dichiarato il 28 agosto 2018 che “il contratto di governo l’ha votato il 94 per cento degli iscritti”, vantandosi, quindi, della democrazia interna al Movimento Cinque stelle.

 

Il M5s è in una contraddizione: promette agli italiani più democrazia, ma è ben poco democratico al suo interno. E questo perché adotta procedure che non rispetta e perché fa consultazioni in un numero sproporzionatamente piccolo di persone. 

 

“Evidenze empiriche”, prove, dimostrazioni.

 

Eccole. Sono quattro. Cominciamo dal 94 per cento prima citato. Si riferisce alla consultazione sul contratto di governo, i cui risultati detti “plebiscitari” sono stati annunciati il 18 maggio 2018. Hanno votato 44.796 iscritti, di cui 42.274 si sono dichiarati d’accordo, 2.522 contrari. Le votazioni si sono tenute senza rispettare il preavviso di 24 ore previsto negli atti del Movimento. Procedendo a ritroso, nel febbraio 2018 si erano tenute le primarie interne in vista delle elezioni politiche nazionali. Gli iscritti che avevano partecipato per la Camera erano 39.991 e per il Senato 38.878. I candidati sono stati indicati con voti oscillanti, alla Camera, tra i 400 e i 100, alcuni con meno, pochi con più voti (Di Maio con 490 voti, Toninelli con 502 voti, Fico con 315). Luglio 2017, Regionarie siciliane: hanno votato 4.350 iscritti, ha vinto Cancelleri con 2.224 voti, la procedura di esclusione di un altro candidato è stata severamente giudicata dal Tribunale di Palermo. Febbraio 2017, Comunarie di Genova, 700 votanti. Il risultato viene annullato d’autorità, nuova votazione aperta a tutti gli iscritti, con 19.959 votanti e 16.197 voti a favore del nuovo candidato, quello gradito ai vertici del Movimento.

 

Che cosa emerge da questi quattro casi?

 

Insofferenza per le procedure, quelle interne, volute dallo stesso Movimento, che le adatta, cambia, stravolge, quando deve applicarle. Insomma, un brutto segno, perché elemento ricorrente: il Movimento approva regole, poi le cambia quando si tratta di applicarle. La democrazia – è stato detto tante volte – è anche e soprattutto predeterminazione di regole del gioco e loro rispetto.

 

E l’altro aspetto, quello del numero?

 

E’ più complesso. I voti espressi, le scelte fatte con questo mezzo, vanno valutate in proporzione ai votanti a favore del M5s e agli iscritti al Movimento, oltre che in termini assoluti. Consideri che il Movimento ha preso 10 milioni di voti alla Camera alle elezioni politiche del 2018. Più difficile la questione degli iscritti, che sarebbero circa 500 mila, di cui però solo 120 mila “certificati” (lascio da parte la vicenda della doppia associazione, quella precedente e quella costituita per l’occasione delle elezioni). Solo gli iscritti “certificati” possono votare. Quindi, le proporzioni vanno misurate con queste cifre. Dunque, per le votazioni nazionali, con 490 voti su 120 mila circa “certificati” e 10 milioni di votanti a favore del Movimento si può diventare parlamentare, ed eventualmente vicepresidente del Consiglio dei ministri.

 

Quali conclusioni ne trae?

 

Che dietro le mirabolanti promesse di democrazia diretta c’è ben poca democrazia. Se democrazia è partecipazione del più grande numero (il mitico popolo), qui c’è un ristretto numero di persone che decide, una esigua minoranza che tiene sotto controllo con la doppia procedura (iscrizione e certificazione) i votanti, e di conseguenza un limitato numero di votanti. Ma questo è solo un aspetto negativo. C’è poi il secondo aspetto: la bassa percentuale di votanti rispetto agli iscritti. Alle primarie nazionali ha partecipato soltanto un terzo degli iscritti “certificati” (meno di 40 mila su circa 120 mila). Questo per non parlare della percentuale dei votanti rispetto alla popolazione: Genova ha 600 mila abitanti, ma i votanti nella prima tornata delle Comunarie, quella annullata d’autorità, furono 700 circa.

 

Perché la preoccupano queste sproporzioni?

 

Per diversi motivi. Ci fanno fare un salto nel passato, ai tempi della democrazia censitaria. I maggiorenti del M5s hanno avuto dal loro elettorato interno, alle primarie, all’incirca i voti che ebbero Tocqueville nella prima parte dell’800 e De Sanctis nella seconda parte dello stesso secolo (so che sto facendo un paragone irriverente e che sto comparando entità diverse, sia per il numero di abitanti, sia per il carattere diverso delle votazioni). Poi, si ripete qui il problema dei partiti della prima fase della vita repubblicana: i partiti, strumento di democrazia, erano scarsamente democratici a loro volta. La storia si ripete, nonostante le proclamazioni di cambiamento del M5S, con una differenza: i partiti di una volta svolgevano una funzione di educazione e selezione di personale politico. Ora il M5s si considera come mero specchio della società civile, non fa nulla per quello che si chiamava una volta “incivilimento delle genti”. C’è, infine, un paradosso.

 

Quale paradosso

Questa scarsa partecipazione, se rapportata ai votanti e agli iscritti “certificati” sembra dare ragione al Garante del M5s, che ha affacciato l’idea del sorteggio. In fondo, che differenza c’è tra questa democrazia un po’ farsesca, fondata su numeri tanto esigui, e la “lottery”? E questo potrebbe anche spiegare perché le proposte della precedente legislatura del M5s circa le votazioni referendarie erano nel senso di eliminare il “quorum”, cioè il numero di partecipanti o elettori perché la votazione referendaria sia valida. Insomma, la democrazia del M5s sembra orientata nella direzione del piccolo numero, di un processo di decisione di tipo plebiscitario.

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