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Niente think tank e comunicazione “many to many”. Il problema italiano

Una responsabilità sociale che riguarda tutti noi, non soltanto politici e giornalisti, dice Cassese

10 Luglio 2018 alle 13:07

Niente think tank e  comunicazione “many to many”. Il problema italiano

Foto Pixabay

Professor Cassese, Claudio Cerasa, sul Foglio del 3 luglio scorso, ha lamentato che l’Italia viene messa “nelle condizioni di osservare il mondo non per quello che è ma per quello che sembra”.

 

Ho letto, e ho notato anche che gli ha fatto eco una delle menti più lucide del nostro paese, Marco Follini, che, il giorno dopo, ha notato che “non esiste più alcuna proporzione tra gli eventi della politica e la loro narrazione”. Ambedue concordano nel diagnosticare una distanza tra verità raccontata e verità “vera”. Il problema è: a che dobbiamo questo? E’ solo un problema di divario tra realtà e sua narrazione? Dipende solo dal modo in cui i politici si impadroniscono della realtà, manipolandola, oppure “costruiscono” una realtà a loro uso? E come si fa a distinguere le “cose” dalla “politica delle cose”. Mi pare che lei mi inviti a parlare di come si forma l’opinione pubblica, di come si scelgono le priorità nello spazio pubblico. 

 

Sì, proprio così.

 

Misuriamo, innanzitutto le distanze tra narrazione e fatti. Il bellicoso ministro dell’Interno ha chiuso i porti e dichiarata l’immigrazione emergenza nazionale. Ma nei primi sei mesi del 2018 gli immigrati erano diminuiti dell’84 per cento rispetto al 2017 e dell’83 per cento rispetto al 2016. Non c’è relazione tra l’evocazione di un pericolo incombente e le misure adottate. Ricordiamo, poi, che “la verità – come ha scritto Elias Canetti in “Massa e potere” – è un mare di foglie d’erba che si piegano al vento; vuol essere sentita come movimento, assorbita come respiro. E’ una roccia solo per chi non la sente e non la respira; quegli vi sbatterà sanguinosamente la testa”. Spesso non sono i fatti che contano, ma la loro presentazione, che dipende dagli interessi di chi ne fa uso. Terza premessa: che cosa è l’opinione pubblica? L’insieme dei sentimenti del pubblico, o il racconto, la presentazione, la rappresentazione che se ne fa nei mezzi di comunicazione? Come vede, c’è un grande bisogno di precisare i concetti preliminari. Non dimentichiamo che uno dei primi a usare il concetto è stato, nel 1588, Montaigne. Che Toennies ha attribuito all’opinione pubblica una funzione sociale. Che Habermas ha sviluppato il concetto parlando di “sfera pubblica”.

 

Non esageriamo con i concetti preliminari. Andiamo al sodo. Se è vero che vi è discrasia tra fatti e loro narrazione, in Italia, dove sono le responsabilità, chi è il colpevole?

 

La seguo malvolentieri in questa ricerca para-giudiziaria o poliziesca. Occorre individuare formazione e dinamica. Accertare quale è l’influenza e chi sono quelli che gli americani chiamano “influentials”. Comunque, per rispondere alla sua domanda, penso che siamo noi cittadini i primi colpevoli, per un difetto di ottica. Siamo miopi, vediamo bene vicino, male lontano. Siamo prigionieri della prossimità. Vediamo ciò che ci circonda. In quelle zone in cui si addensano gli immigrati, si pensa che questi siano in numero tre volte superiore alla realtà, ma solo perché si vedono persone di altra “razza”, di altro colore, in giro. Un fenomeno analogo si verifica per la corruzione percepita.

 

Tutto qui?

 

No, vi sono poi le tre responsabilità degli addetti alla stampa, quelli della carta e quelli dell’immagine. La prima è quella di inseguire solo il quotidiano. Premuti dalla rete e dalla televisione, sono sempre e solo all’inseguimento della istantaneità, senza mettere in prospettiva. Le ricordo che, in una delle splendide “Lettere a Milena”, Franz Kafka spiegava che non leggeva i giornali perché gli permettevano di capire “le cose, non il senso delle cose”. La seconda è di non valersi di quella grande massa di informazioni che sono in rete (pensi soltanto a quelle a cui sono tenute le pubbliche amministrazioni in base alle norme sulla trasparenza). Quanti sono i giornalisti che almeno settimanalmente vanno sui siti del governo, del Parlamento, dei ministeri, dell’Istat, invece di intervistare il professore noto, al quale chiedere “una battuta”, per evitare il lavoro di ricerca? Quindi, da un lato c’è una enorme massa di informazioni, dall’altro impressioni, discorsi sul nulla, per non dire del chiacchiericcio televisivo. Terza responsabilità, quella del giornalista – moralista o predicatore, che sostiene una linea, persegue una politica, si oppone a un partito. Quanto contribuisce a illuminare l’opinione pubblica?

 

Dopo questa filippica rivolta ai giornalisti, non pensa che bisognerebbe anche parlare di altre responsabilità?

 

Certo, certo, le elenco subito: l’assenza di “think tank”, quei centri come la Brookings Institution, o il Cato Institute, o l’Heritage Foundation, o il Council on Foreign Relations negli Stati Uniti, che documentano, forniscono riflessioni, alimentano gli stessi giornalisti. La gravi carenze dell’Istat (a cominciare dal suo sito). Le responsabilità degli intellettuali, pronti a enfatizzare sentimenti popolari, ad ampliarli, invece di analizzare, valutare criticamente, portare a un più largo pubblico i risultati delle proprie ricerche di frontiera, filtrando, ammonendo, facendo vedere l’altra faccia dei problemi, mettendo in prospettiva. Solo così si fa quella che quel grande intellettuale che era Manlio Rossi Doria chiamò, in una lettera a Gaetano Salvemini del 1948, la “politica del mestiere”.

 

Tutto qui?

 

No, non è tutto. Ci sono responsabilità più diffuse e più profonde della cultura e dell’Università. La prevalenza di una cultura idealistica, poco attenta ai “fatti” e poco incline a trarre da essi conclusioni, attenta piuttosto alle ideologie o persino agli umori. I difetti delle culture di “settore”, quella giuridica troppo formalistica (ha dimenticato di essere scienza sociale), quella economica prigioniera delle astrazioni e della modellistica matematica (ha dimenticato l’aggettivo “politica” con cui si accompagnava la denominazione della disciplina), quella sociologica, nata tardi, a causa del pregiudizio crociano.

 

E la politica?

 

La politica è l’imputato maggiore. L’opinione pubblica è un pezzo della sequenza che chiamiamo processo di decisione pubblica. Gli addetti alla politica sono consumatori e produttori di notizie e di commenti. Nella misura in cui i partiti sono sempre più “liquidi”, e quindi non canalizzano verso i governanti domande e valutazioni, queste passano attraverso i mezzi di formazione dell’opinione pubblica, e, quindi, c’è uno straordinario interesse della politica verso questi ultimi. Altra cosa è il nuovo corso, quello della rete, dove la comunicazione avviene “many to many”, e quindi la politica ha interesse a coniugare la comunicazione “one to many” con quella “many to many”. La politica, i partiti, le forze politiche, hanno interesse persino alla invenzione di una realtà, per poter presentare i propri obiettivi come antidoti. Questo purché la rappresentazione della realtà così operata intercetti qualche sentimento popolare, o sia in grado di accentuarlo o persino crearlo. I processi di decisione sono così falsati dalla scelta dei temi. Quelli che sono in primo piano nell’agenda (pensi al leader della Lega e al tema dell’immigrazione) non sempre sono quelli più urgenti.

 

Dov’è, dunque, la responsabilità della politica?

 

Le decisioni si prendono per una ragione, uno scopo. Lo scopo è correlato a una realtà di fatto. Può esser conveniente costruirla, o enfatizzarla, per stare sulle prime pagine dei giornali, mettere un problema in primo piano.

 

Una conclusione generale?

 

Semplice: l’opinione pubblica, come parte del processo di decisione in una democrazia, è una responsabilità sociale, riguarda tutti noi, non solo politici e giornalisti, che sono quelli posti in prima fila. Diffido da quelli che parlando del “tramonto del bisogno di verità”, come fece a suo tempo Ortega y Gasset.

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