La prova del governo Lega-M5s

Non basta vincere le elezioni. Bisogna sapere muoversi nel corridoio delle regole senza esserne schiacciati. Parla Sabino Cassese

15 Maggio 2018 alle 09:44

La prova del governo Lega-M5s

Professor Sabino Cassese, un governo è in corso di formazione, dopo due mesi e 10 giorni dalle elezioni.

Ed è la prova più difficile. Non basta vincere le elezioni, né cercare una maggioranza in Parlamento. Bisogna anche dar prova di saper gestire, che è la parte più difficile: si tratta di sapersi impadronire degli strumenti esistenti, di riuscire a modificarne una parte, di muoversi nel corridoio delle regole, ma senza esserne schiacciati.

 

Ma anche di saper tener fede ai propri obiettivi, ai programmi, o almeno agli slogan.

Con il pericolo che questi rivelino la propria debolezza. Le faccio tre esempi, a partire dai vitalizi. Per il futuro, come è noto, non ce ne sono più (nei termini della vecchia disciplina). Il problema riguarda quelli nazionali, a favore di un migliaio di persone, che ne usufruiscono in base alle norme precedenti al 2012. L’età media di quelli che ne godono è di 76 anni. Più di un terzo degli assegni sono di reversibilità, vanno a congiunti con età media di 80 anni. Lascio da parte argomenti morali, come la “pietas”, e mi chiedo: quello che conta è l’importo annuale, o la spesa complessiva nell’arco temporale in cui gli attuali fruitori potranno godere del vitalizio?

 

Merita – dice il prof. Sabino Cassese – davvero una campagna così accesa un obiettivo così limitato? Alle persone che ne fanno una questione di giustizia distributiva, chiederei: non si rischia di commettere altre ingiustizie provvedendo con decisioni degli uffici di presidenza delle Camere – come ci si avvia a fare – e non con legge – come sarebbe necessario –, con la conseguenza di ridurre i trattamenti pensionistici nazionali e lasciare in vita i vitalizi regionali?

Un altro obiettivo è l’abolizione della legge Fornero.

Anche qui bisogna vedere come si passa dagli slogan ai provvedimenti. Le faccio notare che si era partiti dalla “abolizione” e si è poi passati al “superamento”. Ma l’adeguamento alle aspettative di vita (e, quindi, lo slittamento in avanti dell’età nella quale si comincia a usufruire di trattamento pensionistico) era già previsto da una legge precedente a quella proposta dal ministro Fornero (che – le ricordo – è uno dei maggiori specialisti europei della materia). E la realtà non corrisponde alle norme, sia per la progressività delle norme, sia per le eccezioni previste (quindi, l’attenzione posta sul tema è largamente sopravvalutata rispetto alla realtà). Per diversi motivi (a causa delle pensioni “anticipate”, ad esempio) l’età effettiva media di pensionamento è ancora largamente al di sotto dei 66,7 anni e in Italia si può andare in pensione a un’età che non trova riscontro in altri paesi europei. Aggiunga a questo la riduzione della popolazione in età lavorativa, che dovrebbe consigliare prudenza.

 

E il terzo esempio?

E’ quello dei vincoli europei alla spesa. Questi vengono presentati come se la cattiva Unione europea non ci volesse concedere qualcosa che a noi conviene, mentre la realtà è diversa. Siamo noi che abbiamo un deficit cospicuo, è a noi che conviene ridurlo, è nel nostro interesse che la Commissione europea ci richiede di rispettare i limiti, che noi stessi abbiamo accettato, stipulando accordi europei.

 

Intanto che le parti politiche definiscono gli accordi, il presidente Mattarella ha ricordato Einaudi e il suo ruolo nella formazione dei governi e nella loro attività.

Gli articoli 92- 95 della Costituzione definiscono chiaramente i poteri del presidente: è lui che nomina i membri del governo ed è nelle sue mani che essi giurano. La fiducia viene dopo, e Vezio Crisafulli, in una breve nota del 1957, ha sostenuto la tesi che si tratti di una autorizzazione a svolgere attività di indirizzo politico. Il governo è pienamente formato con la nomina. Per questo Einaudi potette nominare Pella senza neppure svolgere consultazioni. E Segni, nel 1963, Leone. Saragat, nel 1968, ancora Leone. Leone, a sua volta, nel 1976, Andreotti. Infine, Pertini, nel 1982, Spadolini. Sono questi cinque i governi definiti variamente di transizione, amministrativi, di decantazione, della non sfiducia, perché il Parlamento svolse un ruolo minore. Ma anche quando i governi hanno avuto alle loro spalle una maggioranza coesa, non minore è stato il ruolo del presidente della Repubblica. Basta leggere la ricerca fatta vent’anni fa da Piero Calandra, “I governi della Repubblica. Vicende, formule, regole” (il Mulino, 1996) o il volume collettaneo su “I presidenti della Repubblica. Il Capo dello Stato e il Quirinale nella storia della democrazia italiana” (il Mulino, tra breve in libreria).

 

Come valuta, nel suo complesso, la procedura di formazione del governo seguita finora?

Rigorosa ed efficace. Rigorosa perché sono state rispettate tutte le regole e sperimentate tutte le possibilità. Efficace perché si sta dando un esito alla consultazione elettorale (che vuol dire altrimenti democrazia?), mentre si correva il rischio di far cadere il Parlamento volendo dare un governo al paese.

 

E come valuta la condotta delle forze politiche?

I due quasi – vincitori hanno fatto presto ad abbandonare il linguaggio della piazza, anche se usano tra di loro ancora toni minacciosi e sono costretti a chiedere al presidente (e agli italiani) sempre tempi supplementari. C’è ora da augurarsi che, oltre a concordare su singoli obiettivi, si diano anche carico delle loro compatibilità complessive con la finanza pubblica e che non ripetano l’errore del nostro passato, d’aver costruito lo stato sociale più intorno alle esigenze di anziani e pensionati che intorno ai bisogni dei giovani (errore che sarebbe ancor più grave se fatto da forze politiche di ispirazione populista).

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