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Auto elettrica, panacea o chimera nella lotta al climate change?

Crescono le vendite nel mondo, ma di questo passo l'auto elettrica può rappresentare una soluzione concreta contro i cambiamenti climatici?

25 Giugno 2019 alle 15:17

Auto elettrica, panacea o chimera nella lotta al climate change?

Foto LaPresse

L’auto elettrica viene spesso dipinta come una panacea capace nell’arco di pochi anni di risolvere uno dei grandi conflitti che attanaglia l’uomo moderno: consentirgli di godere del benessere senza arrecare danno all’ambiente e sentirsene di conseguenza in colpa. Certo il fascino della tecnologia è in grado di infondere speranza di un futuro migliore. Tuttavia è curioso come questo avvolga con particolare vigore l’elettrificazione della mobilità fino a identificarla come un punto di svolta in grado di cancellare con un colpo di spugna molti mali della contemporaneità (l’inquinamento locale, i cambiamenti climatici, il petrolio e la corruzione e le guerre che ne sono connesse). Tanto più in un’epoca nella quale la fiducia nel progresso appare per molti versi più fioca rispetto al passato.

     

Sembra infatti in atto un’incessante campagna propagandistica a favore delle auto elettriche che ne esalta continuamente le potenzialità e ogni minimo passo in avanti senza curarsi delle criticità e dei numeri scomodi, bollandoli come irrilevanti e/o foraggiati dai poteri forti minacciati dal nuovo che avanza. Non ci si cura, ad esempio, del poco che ancora rappresentano; dei lunghissimi tempi necessari ad una loro forte penetrazione (dato lo stock del parco circolante); dell’effettiva possibilità di ridurre per tale via le emissioni di gas serra; degli straordinari miglioramenti delle emissioni nelle nuove auto (in Europa: -36% dal 1995 per la sola CO2); dell’impatto negativo prodotto sull’industria automobilistica europea che, vale ricordare, contribuisce per il 7% alla formazione del PIL europeo, occupa 13,3 milioni di unità, contribuisce per 410 miliardi euro agli introiti fiscali nell’Europa a 15. Va da sé che un’Europa più povera non può certo porsi come leader nell’assai costosa battaglia contro i cambiamenti climatici.

 

Da ultimo è l’Agenzia di Parigi a dichiarare con enfasi che “Electric mobility is developing at a rapid pace” nel recente rapporto Global EV Outlook 2019. La vendita di auto interamente elettriche, vi si legge, ha registrato nel 2018 un incremento del 63% sul 2017: 2 milioni di unità che portano lo stock mondiale a 5,1 milioni. Un dato che può apparire di per sé grandioso, ma che perde parte del suo impatto se confrontato con le vendite di auto tradizionali che sempre nel 2018 sono ammontate a circa di 100 milioni di unità con un aumento dello stock totale a 1,2 miliardi.

 


Il rapporto auto elettriche/auto tradizionali si attesta 1 a 20 per le vendite e 1 a 240 nello stock


 
Qual è quindi lo stato di avanzamento della mobilità elettrica e la sua capacità di influire nella lotta ai cambiamenti climatici? Per capirlo è necessario scendere nel dettaglio mettendo in relazione alcuni dati.

 

Vi sono risultati inopinabilmente positivi. Stando al Rapporto, nel 2018 in ottica well-to-wheel il parco veicoli elettrici mondiale ha comportato 38 milioni tonnellate di emissioni equivalenti di biossido di carbonio (Mt CO2-eq): 40 Mt CO2-eq meno di quanto si sarebbe emesso con motori a combustione interna.

 


Il parco veicoli elettrici mondiale ha consentito di emettere 40 Mt CO2-eq meno di quanto si sarebbe emesso con un pari numero di motori a combustione interna


 

Nel presentare i suoi risultati, l’Agenzia non manca di ricordare come l’evoluzione delle emissioni di CO2 well-to-wheel dei veicoli elettrici sia determinato in primo luogo dalle modalità di generazione dell’elettricità. In altri termini, il supporto alla transizione energetica della mobilità elettrica dipende massimamente dai progressi conseguiti nella decarbonizzazione del sistema elettrico mondiale. Progressi che non si vanno conseguendo, con la quota delle fonti fossili nella generazione elettrica rimasta costante nell’ultimo ventennio e, dato il loro aumento in termini assoluti, con una crescita delle loro emissioni.

 

V’è da presumere quindi che un simile risultato non sia da imputare alla Cina, il più grande mercato per i veicoli elettrici con oltre metà del totale venduto nel 2018 (1,1 milione) e dove è localizzato circa il 45% dello stock di veicoli elettrici (2,3 milioni). Nel 2018 il gigante asiatico ha infatti registrato un aumento di oltre il 5% della generazione elettrica da centrali a carbone, con un conseguente aumento delle emissioni di 250 Mt (come attesta un altro recente rapporto AIE). Il maggiore emettitore mondiale sta tentando infatti di intraprendere un percorso di sostenibilità anche attraverso l’elettrificazione dei consumi, ma la generazione proviene ancora da un massiccio ricorso al carbone.

  

 
Nonostante le diverse narrazioni che circondano Stati Uniti e Europa sul fronte energetico e ambientale/climatico, i due lati dell’Atlantico presentano quote non dissimili sia nello stock (22% vs 24%, pari rispettivamente a 1,1 e 1,2 milioni di vetture) che nella crescita delle vendite di auto elettriche (2018: 385mila e 361mila), rimanendo entrambi molto distanti dal dragone, che in questo caso gioca la parte del leone.

 

L’Europa (geografica e non politica) può vantare i 3 paesi con le percentuali di crescita maggiori del mercato dei veicoli elettrici: Norvegia, con il 46% delle immatricolazioni 2018 di tipo elettrico; Islanda, con il 17% e Svezia con l’8%. Va da sé che in termini assoluti questi mercati hanno un peso del tutto marginale sul parco auto mondiale.

  

Fonte: IEA, GEVO 2019

 

Interessante notare come nell’enfatizzare la rapida espansione della mobilità elettrica, l’Agenzia manchi di sottolineare come l’intero ‘resto del mondo’ vi contribuisca con un marginale 9%. Può essere che la maggior attenzione alle dinamiche delle grandi economie celi una fiducia che esso possa eguagliarle in tempi rapidi col cosiddetto “balzo della rana” (leapfrog) come avvenuto con le tecnologie ITC (specie telefonia mobile). Tuttavia, altri fenomeni fanno presupporre un andamento molto più graduale, come la curva di Kuznets ambientale, secondo cui è l’aumento della ricchezza a far decrescere l’inquinamento, e i tempi di penetrazione delle innovazioni che, pur se drasticamente ridotti, si allungano se calcolati in percentuale all’aumento della popolazione o alla dimensione dello stock di capitale. Considerato che il resto del mondo conta oltre 5 miliardi di persone, compresi i paesi più poveri e con il più alto tasso di crescita della popolazione, la fiducia non dovrebbe abbondare.

 

Non è tuttavia detto che la teoria rifletta nella realtà o che la storia si ripeta uguale a sé stessa. Tre sono i fattori che l’AIE individua come rilevanti nel dipingere uno scenario positivo per la penetrazione dei veicoli elettrici e il potenziamento delle infrastrutture di ricarica: il ruolo proattivo giocato dalle politiche pubbliche, la risposta del settore privato a questi input, l’avanzamento tecnologico che comporta sostanziali tagli dei costi.

 

Dinamiche che portano l’AIE a disegnare due scenari al 2030: (a) quello indicato come Nuove Politiche, da tempo assunto a scenario di riferimento che incorpora le politiche in atto e il probabile impatto di quelle annunciate (ad es. nell’ambito dell’Accordo di Parigi), che proietta al 2030 uno stock di 130 milioni di veicoli elettrici a quattro ruote; (b) l’EV30@30 Scenario che alza l’asticella a oltre 250 milioni di unità grazie all’adesione alla campagna per portare la quota dei veicoli elettrici al 30% del mercato.

  

 
Ammesso che queste proiezioni siano veritiere – quel che sarebbe straordinario in entrambi gli scenari – con un parco veicoli (solo passeggeri) previsto raddoppiare nel giro di due decenni a 2,4 miliardi, all’iniziale  domanda “con che ritmo crescono le auto elettriche?” la risposta non può che essere “troppo lento” per tradursi in quella rivoluzione della mobilità da più parti sostenuta come in grado di rappresentare una soluzione concreta nella lotta ai cambiamenti climatici. Doveroso è infatti tener presente che secondo l’IPCC è di appena 11 anni l’arco di tempo disponibile per contenere l’aumento delle temperature globali entro 1,5°C.

   

L'articolo è stato pubblicato originariamente su www.rivistaenergia.it 
 

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