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Il silenzio del sabato

Mariantonia Avati ci racconta la gloria della Madre di Gesù, eterna vita, eterna musica del suo tacere

4 Aprile 2018 alle 06:14

"Arrivò il freddo e tutti lo avrebbero sofferto", forse non tutti e forse soprattutto, lo si attendeva, il freddo, e insieme respingeva, una sacralità che inchioda all’avvenire della Croce e alla bellezza, la sofferenza spesso è un dono, soffrire è dolce quando si attende qualcosa di al di là, e questa meraviglia avvenne: “Un velo di brina coprì ogni cosa offuscando i colori… le mucose delle labbra e degli occhi si facevano viola, e i loro respiri mutavano l’aria in nebbia. Poi, lei lo ebbe tra le braccia. E la natura si placò”. Il suo freddo era caldissimo, tutti possiamo godere di quel silenzio, la meraviglia del silenzio che “significa non far rumore, non confondere con parole quel che i fatti avrebbero reso comprensibile poi.

 

Il silenzio arricchisce l’attesa… L’attesa di un libro, un libro che mai termina, un libro che si dona senza guerra, un respiro e un sospiro, la bellezza, ‘E fu in quel momento che lei smise di vedere Dio, e riconobbe suo figlio’”, un figlio ancora imberbe, inerme e assoluto al contempo, un figliolo, senza un Gesù maiuscolo, intanto lei, anch’essa minuscola e al contempo Sovrana, “si inginocchiò accanto al figlio, sfiorando le spine che gli premevano sulla cute tesa, tra i capelli scuri”, spine che premono, capelli scuri, cute tesa... spine, capelli, cute, tutto indimenticabile, tutto mai dimenticheremo… “Posso?” disse indicando il Giusto. “Sono le donne a saper accettare il mistero. Per questo viene loro chiesto di farsene carico…”. Sono le donne a conoscere il mistero, ad accettarlo, gli uomini sanno di quanto siano cariche, e al contempo beate di accettare, bene accette, accettazioni gloriose, Nulla avrebbe riportato il mondo indietro, Nulla ha questa Forza, che tale si credeva, una goccia restò ferma nell’incavo… Ne riempì i pugni e le tasche, e impresse il risvolto delle maniche, distingueva ognuno, vivi e morti, e pronunciava i loro nomi, muovendo appena le labbra… “I piedi affondavano nella terra fradicia, e sollevarli dal fango richiedeva una volontà che sentiva fluire via dalle gambe lunghe e sottili. ‘Tu conosci quello che Lui vuole?’ chiese la donna. La fanciulla restò in silenzio, il mento appoggiato sulla spalla di lei”, Lui vuole, ma anche non vuole, Lui che preferisce dare piuttosto che volere, quel voglio troppo padronale, mentre Lui, sappiamo, diceva a Cesare quel che è di Cesare, sicché l’Altro… La consolazione giunge quando il tempo è maturo, mai mentre la si evoca, inconsolabile. E allora anch’io, l’uomo che troppo spesso si stanca e innervosisce, decise… “La vita muore appesa a una croce, e in chi resta. Se riesci a sentire la disperazione di quelli che ti stanno accanto, se riesci a farla tua... “Dal risvolto della manica aveva recuperato il chiodo con il quale era solita lasciare traccia di sé, dei suoi pensiero, del suo passaggio”, una traccia ben visibile, un pensiero al contempo pensieroso e spensierato, pensiero di grande bambina e di piccolo, con quei suoi occhi… “Durante il tempo del sonno i morti sono leggeri. Non avrebbe mai più chiusi gli occhi. Seguiva le ombre delle cose tremolare sul soffitto. Il sasso tra le mani quelle ombre luminose, quelle cose, quelle rose... “Aveva annidato il vestito sopra le cosce, arrotolato le maniche fino ai gomiti, e a tracolla pendeva solo una sacca d’acqua. Ma quel sole, quelle cosce, quelle maniche, quei gomiti…quella sacca d’acqua…” e ancora il soffio entrava dalle maniche e da sotto la gonna, tutto era ed è vita, tutto piacere d’una vera grazia lontana dal morbo di Satana. Ascoltate, è una deliziosa voce: “La bambina, pur raggiunta dalla sua voce, non ascoltava… Superò il campo d’orzo e attraversò quello di grano… Guardava l’azzurro limpido, le nuvole allontanarsi… gli occhi del colore delle ghiande e del lauro si screziarono dell’oro del sole… Allora rise. Rise come mai altra donna avrebbe saputo ridere, perché adesso Maria era certa che la sua vita sarebbe stata bellissima”.

 

In uno splendido “Silenzio del sabato”, navigando su una ‘Nave di Teseo’, Mariantonia Avati ci racconta la gloria della Madre di Gesù, eterna vita, eterna musica del suo silenzio. Con penna alata Mariantonia parla di Maria, di Cristo e di sé; Maria di Nazareth parla di tutti noi, a noi tutti. Io balbetto qualcosa, un po’ qui un po’ là.

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