Signor Diavolo

L’affilata penna di Pupi Avati nel suo ultimo libro raccontata da un conoscitore dell’Altrove

7 Marzo 2018 alle 06:10

Signor Diavolo

Pupi Avati (foto LaPresse)

Cosa accade nel mondo, nel mondo della letteratura, del cinema e nell’altro mondo, quello un po’… strano, a dir poco inquietante? Chi è “Il Signor Diavolo?” delle edizioni Guanda, quel Pupi Avati che mentre formula un diabolico film si abbandona a un misterioso cartaceo, sospingendolo verso un ancor più infero destino? E’ il Diavolo il malizioso padrone della pellicola e della scrittura, colui che trascina in ambigue resurrezioni, aperte a un destino che non ha fine? E perché in tanto libro il giudice di noi tutti ascolta la storia di terribili dolcissimi bambini, laddove pensa di tenere banco con infiniti ruoli giudiziari nei quali paiono loro stessi, i giudici, qualcosa di sinistro, con l’aria di capire e carpire la verità, tutta la verità e nient’altro che la verità… laddove essa sta beffarda, come ogni verità che tale si crede, si pensa di credere – e Satana, come Dio ben sa, se la ride? Ringrazio Pupi che, con affilata penna, mi dona un’amichevole dedica, riconoscendomi “la conoscenza dell’Altrove”. Come ogni Sherlock, mi tocca inabissarmi nella qualità di notturno lettore, vittima quindi e assassino, che per tutto il libro di Avati si accomoda al lume della candela.

 

La penna di Pupi è in ogni frangente, al pari delle sue splendide creature cinematografiche, magistrale, e conduce con sé il diavolo e il lettore, fino a… Satana? C’è un momento in cui tutto pare svelarsi, ma… Satana? Ridicolo, ridicolo svelare, e rivelare, volare qua e là, semmai, ma dove non si sa, ben che vada si apprezza una losca vertigine… Partiamo dagli inizi, quando la scena pare semplice, vale a dire inquietante, la scrittura di Avati serena e perfetta, vale a dire una trappola senza fine che il suo personaggio deplora, esplora, implora. Eccoli Laura e Furio, un giovane uomo e una giovane donna, due amanti nei sublimi anni del 1952, uscire per la notturna strada di una Roma che ci regala una vita appena rinata, e proprio per questo a noi assai cara. La scrittura di Pupi Avati ancora non si avvale della violenza dei giudici, è delicatissima, ascoltatela: “La vidi la prima volta al cinema Corso di Piazza in Lucina, all’ultimo spettacolo di un film con Macario. Fu nella penombra dell’atrio che sistava vuotando, che la vidi. Poche auto, qualche ciclista. Roma, ancora priva dell’illuminazione per lunghi tratti di strada, ci accolse nella sua immensa penombra.”. Si vogliono bene, i due amanti, altro non hanno e non possono, simpatica la loro necessità, vanno a casa di lei, fanno l’amore, e così sia. Pare che tutto debba filare nel migliore dei modi, tutto invece filerà all’Inferno.

 

Il Veneto di quei tempi era infero seppur magico, una magia nera per quanto destinata agli angeli, angeli a loro volta della Giovane Morte. Ma grazie a Pupi, c’è anche dell’altro ai miei occhi di “Conoscitore dell’Altrove”. Il fatto è che, essendo il sottoscritto sempre sveglio non per dolosa o dolorosa sonnolenza ma per smania di piacere, passo la notte a guardare film e a filmare sguardi, sempre gli stessi per lo più, quelli che fin dall’infanzia mi hanno stregato e tutt’ora sempre mi stregano, non avendo avuto la forza di liberarmi, e perché mai, sicché ora e sempre, per l’appunto, mi tengono prigioniero donne fatali come l’Alida Valli e giudici e avvocati innamorati e balordi, vedi Gregory Peck nel Caso Paradine. Per le notturne strade romane sempre in quegli’anni ’52, ’53, si girava, aggirava e sempre eternamente si gira un film con scene indimenticabili, quelle ad esempio che videro e tutt’oggi vedono e venerano la principessa Audrey fuggire dal palazzo e correre per le strade di Roma. Che accadrà? La Laura di Pupi Avati tradisce il suo misero uomo più prostituto di lei, ma anche la principessa Audrey tradisce il suo unico vero uomo, nel finale di ‘Vacanze Romane’ lasciandolo solo nell’immenso salone a bocca aperta ed occhi sbarrati. La principessa accetta il fotografico dono di Gregory Peck, glielo strappa di mano e sparisce nel nulla della sua favolosa favolistica esistenza. L’altro uomo, il Furio divenuto ispettore di grazia e giustizia, è intanto precipitato nel cattolicissimo veneto a cercare tra le nebbie delle paludi la sua antica amata, ma viene cacciato dal rivale. E siamo qui nel 2018, regine e puttane, doni d’un tempo sempre vivo. Paludi sataniche confondono trame e infernali gironi: camminavano per Roma, un uomo e una donna tenendosi per mano, si volevano bene i ragazzini veneti, Pupi Avati magistralmente tutto vive e conosce e che gioia: cinema cinema, scrittura scrittura, cinema, scrittura, scrittura, cinema… al diavolo il resto. Ma anche un po’ di politica oggidì, suvvia, quello lì e quello là, perché no, perché bo’, purchè chissà e blablabla… “Sss”, bisbiglia Pupi, la Curia romana vuole vederci chiaro: è implicato un convento di suore”.

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