Compagno D'Alema

Poteva essere il comunista perfetto, ma dopo aver vinto la guerra in Kosovo s’arrese a Storace

Compagno D'Alema

Massimo D'Alema (foto LaPresse)

Già alla fine degli anni Sessanta correva il nome, il cognome e l’ardire di Massimo D’Alema, dal fiero volto che incuteva speranza e timore. Lo intravidi una volta che usciva da Botteghe Oscure ma non ebbi modo di frequentarlo, in compenso conobbi alcuni di coloro che di D’Alema erano i Padri se non i Nonni, mi capitò infatti di curare libri di tre celebri uomini politici: Lelio Basso, l’eterno scissionista, Pietro Secchia, il capo partigiano propugnatore d’insurrezione, e l’audace, l’umano Umberto Terracini. Basso, il Cardinale di Retz, nei nostri colloqui mai si lasciò passare una parola compromettente, e questo mi eccitava. Invischiato in storie di pellame e cambiali, Secchia la sera mi metteva davanti a enormi piatti di pastasciutta e con occhio spiritato pazientemente aspettava che li divorassi tutti. Stringevo la sua mano a lungo prima di congedarmi, era la mano che aveva stretto quella di Stalin. Terracini, uomo cordiale, elegante e libertario, quando finiva di dettarmi frasi perfettamente articolate e oneste, con leggerezza ci buttava dentro una parola di fuoco, a propria insaputa.

 

In seguito, al termine del mio brevissimo comunismo, un paio di volte vidi D’Alema: tutti, o nessuno, avevamo capito che era uno che sarebbe diventato importante, molto, troppo, forse troppo, o troppo poco, o poco troppo. Col tempo, la sua formidabile ascesa mi parve del tutto naturale, fin quando divenne, ai miei strabici occhi almeno, piuttosto strana, inquietante, troppo sana, sospetta, o no. Accadde quando Massimo D’Alema – che aveva favorito con determinazione e audacia l’intervento Nato nella guerra del Kosovo – tutto d’un tratto si arrese. A chi? A Francesco Storace, che a dire il vero manco sapevo chi fosse, e quando lo seppi continuai a non saperlo. Sconfitto alle elezioni regionali – robetta –, l’eroico Massimo si accontentò dell’onore delle armi per via della delusione infertagli dal vittorioso Storace in quel del Lazio, e forse della Lazio, manco avesse sbattuto la testa contro l’immenso Sven-Goran Eriksson che in quei tempi conquistava memorabili scudetti.

 

“Ho ritenuto giusto, per un atto di sensibilità politica, e non certo per dovere istituzionale…”…alle otto meno un quarto la porta dello storico studio del Quirinale si aprì e apparve il valoroso sconfitto. La camicia celeste del premier era impeccabile, ma triste il volto. Aveva perso la battaglia contro il Cavaliere, battaglia che lui stesso aveva caldamente voluto. Che doveva fare? Alzare le spalle, sorridere e avanti, più forte e sdegnato che mai, pronto a crepare spaccando facce, così fanno gli Imperatori. Non credo che i tre leggendari numi: Basso, Secchia e Terracini, avrebbero mollato in un simile frangente, tutt’altro, avrebbero tenuto il potere ben stretto, perso o vinto chissenefrega. Che diavolo venne in testa al coraggioso e battagliero D’Alema? Porca puttana, speravo che ci portasse a un comunismo di quelli che spaccano il culo ai miliardari, e invece D’Alema dai riccastri si fece deridere. Qui sta il disastro del grand’uomo, disastro che non è più riuscito a recuperare completamente; sì, gli si prometteva di tutto, ma i giochi ormai erano fatti altrove. Adesso D’Alema dice di voler spaccare facce, benissimo, ma è troppo tardi, facile che i birbanti la spacchino a lui.

 

Per chissà quale pensiero di morte o di suprema vita, D’Alema volle perdere la battaglia; anche Renzi ha giocato e ha perso, forse, mica tanto, boh, cosa, non si sa, non ha mostrato il petto come D’Alema, Renzi attende che la rinascita economica gli restituisca la vittoria, ottimo. D’Alema invece si era mostrato puro, in un bordello in cui il Cavaliere non credeva ai propri occhi di quanto fosse strano il suo rivale. Ma accidenti Massimo, butti le bombe sul Kosovo e ti fai schiacciare dalle bombette? Uno che conquista il Kosovo non si tira indietro a nessuno, manco a Storace! Mal che vada, si potevano rinfacciare le famose parole del Duce e fischiettare: “Vi sono momenti nella vita dei popoli, in cui gli uomini che la dirigono NON debbono declinare la responsabilità”, (L’accentuazione è mia). Non dovevi declinare Massimo, a nessuno, quella volta il Duce l’aveva imbroccata. Il fatto è che D’Alema qualche mese prima, nei giorni del trionfo, aveva fortemente peccato: invece di ridere delle boutade di Forattini, Massimo si erse a umiliato e offeso, per di più in cerca di vil grana riparatoria. Gli italiani non hanno apprezzato, anche se Massimo col tempo perdonò il perdonabilissimo scherzetto. Se invece di fare l’offeso D’Alema avesse subito invitato Forattini a cena, avrebbe stravinto la battaglia con Storace e compagnia: cara e dolce, vera e profonda, l’umiltà trionfa su ogni umiliazione.

 

P.S. Gentile D’Alema, se, come probabile, riscontra nel mio dire sciocchezze, idiozie, cazzate e boiate, la invito a cena a Venezia, per ridere.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    28 Settembre 2017 - 14:02

    La più grande cazzata la fece Craxi? non buttò via la chiave del camper dopo averlo incontrato. Quella si che sarebbe stata, per D'Alema e non per i posteri, cioè noi, una stoica ma dimenticabile morte politica.

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