Lo statista infelice

La generosità è il valore chiave da considerare nel giudizio su un politico. Da Trump a Obama

La grandezza di un uomo politico si misura in base a una serie di qualità che contemplano l’intelligenza ma anche la generosità e la lungimiranza. Trovo stimabile un politico che non si accontenta di badare agli interessi del suo popolo ma, più estesamente, anche a quelli di altri popoli che se la passano male. Non si può pensare che la civiltà prosperi in presenza di nazioni che deperiscono economicamente e spiritualmente, la qual cosa spesso è connessa. Insomma, l’avarizia non paga, nonostante quel che ci sforziamo di credere. L’individuo è infelice se pensa solo al proprio bene, com’è infelice un popolo che si rinchiude in se stesso, tanto più che nessuno più è ignaro di quel che accade nel mondo. La felicità e l’infelicità sono globali, e per quanto la morte di bambini stranieri e lontani possa essere rimossa dagli svaghi e dal daffare, niente sfugge all’inconscio, sicché tocca poi masticare pillole su pillole o farsi di coca tutto il giorno. Non se ne viene a capo: l’opulenza accresce paurosamente l’infelicità proprio per il suo miserabile tentativo di farle da antidoto. Per quante coperture si crea, Donald Trump è l’immagine stessa di una spaventosa pericolosa infelicità.

 

La generosità implica una grande accortezza, una generosità sciocca non è più tale ma pura vanità, un farsi belli, un cercare di sciacquarsi di dosso peccati e sensi di colpa, in tal modo ingigantendoli.  Di recente, certe incursioni dettate da miseri interessi e vanità – vedi l’attacco alla Libia di cinque anni orsono – hanno provocato disastri tuttora irreparabili. Ne hanno in questi giorni fatto le spese uomini davvero coraggiosi quali Salvatore Failla e Fausto Piano – Dio li abbia in gloria – uccisi dai briganti libici. La loro morte ingiusta e dolorosa non è stata vana, ha aperto gli occhi al nostro premier sulla reale situazione di quel paese, si è accorto che i libici non ci vogliono un granché di bene, neppure quelli che si proclamano anti-jihadisti: prevalgono singoli interessi, la lotta è di tutti contro tutti. E così all’ultimo minuto il premier ha fermato i cinquemila nostri soldati che si sarebbero trovati a combattere contro un’accecante ghibli, dove sarebbe impossibile distinguere gli amici dai nemici. Sarebbe stato un disastro che ne avrebbe provocati altri, primo tra tutti l’odio dei padri e delle madri italiane contro chi esponeva i figli al macello per mancanza d’informazioni e avvedutezza. Ora sappiamo. Ma già a suo tempo l’aveva intuito il Cavaliere, unico tra tanti bellicosi saccentoni. Adesso, a cinque anni da quell’idiota intervento, Obama si lamenta di avervi partecipato in una triste solitudine, e accusa Francia e Inghilterra per averlo imbrogliato; vero, ma lui è specialista nel farsi imbrogliare, da se stesso in particolare, e questa discutibile arte non ne fa un gran capo; perché dopo tanti anni ancora non sia riuscito a mettere in piedi una grandiosa coalizione quale allestì Bush senior – uno spettacolo superbo di fraternità contro il male –  Obama avrà modo nella sua ancor lunga vita di pensarlo. Aveva ricevuto un’America economicamente mal messa– d’accordo, se era in forma mica gliela avrebbero data – ma aveva ricevuto anche un tesoro, la conquista dell’oriente, grazie al quale poteva finalmente con la strapotenza bellica – l’unica cosa che in America funzionava – ridare un po’ di civiltà a quelle terre massacrate. Ritirò l’esercito invece di potenziarlo. Quando i romani decidevano di conquistare una terra e di portarvi la civiltà o qualcosa del genere, ci stavano qualche centinaio di anni. Cos’è questo attuale mordi e fuggi, come se davvero ci credessimo bestie feroci solo perché c’è chi ci spaccia per tali? Obama contravvenne alla regola prima della generosità così praticata dagli americani nella Seconda guerra mondiale, quando non si ritirarono dopo la presa di Berlino lasciandola ai russi, ma s’installarono ovunque potessero, meritandosi il riconoscente plauso di tutte le popolazioni europee, eccezion fatta dai soliti francesi: in un sondaggio del 1945 risultò che il 57 per cento di loro pensava di essere stato liberato dai russi e il 20 dagli americani. Nella negazione del debito scatta l’ostilità.
Umberto Silva

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