L’ippopotamo

Gli americani lo pompano come un pagliaccio per poi vederlo scoppiare. Trump è un caso clinico

16 Settembre 2015 alle 06:26

L’ippopotamo

Mentre Joe Biden si chiedeva se fosse in grado di fare il bene del popolo americano e concludeva con un pensieroso: “Non so”, l’indubbio Donald Trump teneva a chiarire urbi et orbi che la Carly Fiorina ha una faccia ineleggibile, di quelle che proprio… Fiorina avrebbe potuto replicare: “Guardati allo specchio, bestione”, ma poiché la Carly ha una faccia da signora chic, non si è degnata di rispondere a tono, un tono, quello di Trump, che nel migliore dei casi ricorda gli ippopotami in amore. E così il bestione si è trovato a dover fornire ai giornali e al popolo l’ennesima giustificazione, “un equivoco” lo chiama, mentre tutti quanti a parlare dell’ennesima gaffe. Il che è totalmente falso; quelli di Trump non sono né equivoci né gaffe, sono dita negli occhi. Quello di Carly Fiorina è un viso tormentato dal tempo, e questo è bene, guai se le rughe non segnassero il terreno passaggio del nostro pensiero, delle passioni e dei desideri che si barricano sulle fronti; il faccione di Trump è invece davvero ineleggibile in quanto impossibile da leggere, un ammasso informe di carne tostata.

 

Ma quale equivoco, quale gaffe?! Quello picchia duro sotto la cintura, e gode alla grande a beccarsi l’ammonizione dall’arbitro, e molla un colpaccio pure a lui, che tanto da un grattacielo di nove miliardi di euro si può fare questo e altro. Non perché la giustizia americana sia di parte, ma perché il miliardario picchiatore piace, irrefrenabile slugger eccita, scatena, dà la sensazione che, come bastona i rivali in patria, così menerà i nemici una volta presidente dell’America, quella lì, che altre non ce ne sono. Ma se poi fa come quei pugili storditi che invece dell’avversario pestano un po’ tutto quello che incontrano, donne grasse, uomini da poco, esseri inutili? Bene, bene così, Donald l’ha già fatto capire in mille modi, attendiamo solo l’uppercut finale, quando scambierà il presidente del Nicaragua con quello del Kazakistan e se la prenderà con la Romania, tanto per non scontentare nessuno. Vanno tutti menati i morti di fame, e tutti sono morti di fame e quindi stupratori, a cominciare dai messicani che chissà cosa gli hanno fatto da piccolo.

 

Un programma, quello di Trump, che fa impazzire di gioia un terzo dei repubblicani pronti a eleggerlo, il che non vuol dire che una trentina di milioni di americani siano pazzi, sono solo dei burloni, lo pompano come un pagliaccio per poi vederlo scoppiare, sempre più gonfio di polvere di stelle e di comizi da stalla, e tutti a ridere, e lui dapprima si guarda attorno smarrito, poi prende a calci gli amici e insulta il mondo intero finché, da astuto affarista e imprenditore, tira i remi in barca e acqua al suo mulino, e si esibisce in uno show televisivo di grande successo, che se non la presidenza è comunque il degno finale dell’uomo che sta sempre a galla. A great outburst, uno sfogone, chiamerebbe tutto ciò lo psicoanalista James Strachey, teorico dell’Imago proiettiva introiettata e di altre due o tre cosucce affatto male.

 

Su Joe c’è ben poco da lavorare
Il gentiluomo contro il toro scatenato: una sfida epocale. D’altronde gaffe ne ha fatte anche Joe Biden, vere gaffe, subito perdonate per via dell’accattivante, paterno sorriso che lo rende alquanto simpatico. Occorre capire quel che davvero si è e si vuole fare, dice Biden, sempre più umile, al punto che gente malevola potrebbe tacciarlo di eccessiva modestia e di captatio benevolentiae per via di quel suo interrogarsi come se non sapesse, e quella sua aria un po’ triste su cui aleggia la prematura morte del figlio Beau, un angelo custode che gli starà accanto e gli impedirà di fare le famose gaffes. Che però talvolta sono necessarie: l’aurea buona, onesta, velata di tristezza, lo sguardo perso nell’azzurro che me lo rende caro, rappresentano l’unico ostacolo nel percorso di Joe Biden, poiché essendo noi tutti iene desiderose di azzannare, amanti del gossip e della porcata, pazzi per qualsiasi caciarone incoronato, su Joe c’è ben poco da lavorare, col rischio di rattristarci a nostra volta, costretti a una doverosa moderazione davanti alla tragedia familiare e all’integrità dell’uomo.

 

Boh, sto a vedere, per fortuna quel che penso non conta niente, e forse nemmeno penso, cazzeggio, come anche Jacques Lacan quando era in forma e appena sceso a Fiumicino correva all’Ambra Jovinelli, patria del doppio senso, della carne gioiosa e del funereo ammicco. Le elezioni americane, che meraviglia, un anno e mezzo di fantastiche fesserie che decidono le sorti del mondo, nessun avanspettacolo gli sta alla pari.
Umberto Silva

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi