Il volo del Condor

Khodorkovsky, da compagno di bevute di Putin ad amorevole nemico, infine liberato

Ho ammirato Mikhail Borisoviã Khodorkovsky quando stava rinchiuso nella prigione siberiana immerso in una neve antica, il volto da eroe russo ribelle al potere e tuttavia compassionevole, gli occhi del dottor Zivago che sorridenti accolgono il destino. Nella cella d’isolamento si sentiva in armonia con l’universo. La galera, la dostoevskiana Casa dei morti condivisa con gente di ogni risma, riuscì a trasformare in angelo il più avido dei magnati: invece di bestemmiare Dio per la mala sorte, Mikhail serenamente Lo ringraziò di avergli tolto tutto dandogli la possibilità di diventare santo. Ora, nel rifugio zurighese, ogni qualvolta apre bocca per parlare della Russia una grande attenzione si concentra su di lui, cacciato dalla polis che al colmo del suo successo egli cominciò ad amare. Sarà Khodorkovsky l’uomo che porterà la giustizia in una terra che mai l’ha conosciuta?

 

Khodorkovsky frequentava Putin dai primi anni Novanta, era stato suo collaboratore finanziario, insieme avevano fatto progetti, sicuramente lo Zar ne aveva agevolato l’ascesa, sicuramente avevano bevuto insieme molte vodke, sbeffeggiando gli ossequiosi burocrati, ammiccando alle ragazze. Poi la rivolta di un Mikhail improvvisamente pentito, intimamente disgustato del proprio denaro e dalla corruzione che lo circondava. Ma se invece, come sostiene la versione ufficiale, fosse stato un ambizioso pronto a conquistare il potere con i suoi soldi? Chissà, i due antichi amici sono entrambi impenetrabili nei loro sentimenti. Ufficialmente si detestano, ma c’è sempre qualche attenuante nella reciproca condanna. Qualche giorno fa Mikhail ha detto che i crimini che infestano le notti di Mosca appartengono al satrapo ceceno Ramsan Kadyrov, uno che solo a guardarlo fa orrore. Ramsan – e non Putin – sarebbe il vero mostro, asceso al potere con l’arma di una ferocia senza freni, al punto di tenere in pugno lo stesso Zar. Mikhail, e non lui solo, è convinto che i tanti che ambiscono a fare un piacere allo Zar scannando i suoi rivali, in realtà lo mettono in difficoltà, lo rendono sempre più suddito e un giorno se ne sbarazzeranno. Questo il pensiero di Khodorkovsky, pensiero che mostra il pungolo della gelosia all’idea di essere stato sostituito nel cuore dell’amico-nemico da un orco buzzurro.

 

Tanti misteriosi assassinii nella Russia di questi anni, uomini politici, giornalisti, ricchi e potenti, morti in ascensore, in albergo, nelle strade, a teatro, nei boschi, a casa loro… ma non Khodorkovsky. Putin l’ha messo in gabbia come un magnifico uccello, un grande rutilante Condor. Ogni giorno immagino che chiedeva notizie di lui, cosa leggeva, come si lavava, se pregava o se imprecava, se sbatteva le ali picchiando contro le pareti della cella. Infine il Condor spiccò il volo. Si dice che Vladimir abbia liberato Mikhail per farsi un po’ di buona reputazione che favorisse i giochi olimpici e preparasse alla Crimea e all’Ucraina; penso piuttosto che Putin abbia aperto la gabbia per liberarsi dell’ossessione, ma c’è da dubitare che ci sia riuscito. Voleva liberarsene ma subito se n’è pentito, sapere Khondor tra gli orologi a cuccù lo nausea. Per consolarsi Putin si è messo ad abbracciare tutti i patriarchi che trova, ficcando la testa nelle loro barbe sudate. Di recente ha abbracciato il temibile Cornelius  metropolita dei “vecchi credenti”, gli amish siberiani che fedeli alla loro religione hanno abolito i cessi e le fogne.

 

Ma quando l’imperiale giorno, l’ultima cena ufficiale onorata, la moglie e l’amante congedate, nella notte fonda Putin siede su una poltrona ricamata d’oro. Khodorkovsky gli sta dinanzi, in piedi. Tacciono entrambi, finché Vladimir si alza, gli si avvicina. Fa per tornarsene alla poltrona ma di scatto si volta e abbraccia l’amico di un tempo. Lo bacia come solo i russi sanno baciare. Una scena che sarebbe piaciuta all’affascinante psicoanalista Lou Salomè, la sapeva lunga; protettrice della felicità degli infelici dopo avere fatto impazzire di gelosia Sigmund Freud distrattamente buttò lì: “La consolazione di un dolore inconsolabile sta nella sua grandezza”.

 

“Ah, che sonno!”. E’ l’alba, in piazza Smolenskaya il netturbino si stira le braccia. Finito di sbadigliare si accorge di una macchia rossa sulla neve, sotto un pino.

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