Benedetto parricidio

La fiaba di Marine Le Pen, che come in un racconto di Perrault sfugge alle losche mire paterne

27 Maggio 2015 alle 06:18

Per la fatale rottura tra Jean Marie Le Pen e sua figlia Marine – un parricidio domestico-politico comme il faut, roba da leccarsi le dita grondanti Camembert – si è scomodato perfino Shakespeare evocando il re Lear; troppo onore, la vera e assai poco regale protagonista è la scoreggia, insieme al suo fido scudiero, il rutto. I rutti e le scoregge di papà a un certo punto sono diventati insopportabili a una figlia vissuta nella sua ombra, venerando l’intramontabile vitalità di uno che se ne fotte dei vivi e dei morti, della verità e dell’etica. Un padre di cui vantarsi presso gli amici, tutti pronti ad applaudire e imitare il grande Jean-Marie per le sue velenose scoregge antisemite, i rutti razzisti devastanti come missili. La Shoah sarebbe “un dettaglio della storia”, quando invece è palese che gli ebrei fanno tutt’uno con la Storia, l’hanno inventata, sorretta, amata, protagonisti sventurati e gloriosi, altro che dettagli. “Dettaglio della Storia” la Shoah! L’esprit de cochonnerie non difettava in casa Le Pen, la ragazza Marine aveva di che esserne fiera, il tornaconto era forte, milioni di uomini ai suoi piedi, la figlia del re, la preferita, la sua erede dichiarata; chissà se dentro di sé, oltre la corazza dell’ostentazione, Marine soffriva, qualcosa le ripugnava, percepiva un torto che, camuffato da privilegio, la sfigurava. Se così è stato, mai lo manifestò, almeno fino alla notte in cui conobbe l’ebbrezza del chiaro di luna. Viveva guerriera Marine la bionda, picchiava duro, che per esser nata donna le toccava fare il macho ventiquattro ore su ventiquattro. Tutto questo fino alla fatale notte – così la immagino – in cui il suo innamorato la porta in riva a un ruscello e le sussurra i versi delle “Feuilles Mortes”. Marine si strugge a quei versi anarchici e tristi, per la prima volta si sente… femmina? Di più, regina di se stessa, libera. Da quel momento lei non è più figlia del re, anche se finge di esserlo per non dare nell’occhio; in cuor suo, nel suo cuore che finalmente ha incontrato l’abbandono, splende un’altra luce. “Povera Marine, povera me”, si sarà detta la nostra eroina guardandosi allo specchio, “per quanti anni mi sono umiliata. Ho dovuto ascoltarlo mentre insultava questo e quello e a ogni insulto un rutto, che mi pareva un magnifico acuto. Aveva più orecchio la mia mamma, che pure tanto odiai quando a cinquant’anni abbandonò papà posando in grembiulino per Play Boy. Diranno che mi ribello per opportunismo, ma sono gli opportunisti a dire questo: io mi ribello per qualcosa di assai più nobile, mi ribello alle scoregge, la mia lotta è contro i rutti, vive la France di Voltaire e Diderot, che certo non facevano quelle cose lì. O forse sì?”.

 

Nemica della destra scoreggiona

 

Osservando l’avventuroso cammino di Marine Le Pen, Bruno Bettelheim, il grande psicoanalista di fiabe, avrebbe citato la “Pelle d’Asino” di Charles Perrault, storia di una fanciulla che riesce a fuggire dalle losche mire paterne; se l’incesto è catalogabile nella grande palude delle perversioni, altrettanto dannosa è un’insalubre identificazione. Ma se di papà Le Pen sappiamo tutto o quasi, a questo punto chi è il principe azzurro nella fiaba di Marine? Più che il compagno Louis Aliot, corre voce sia il brillante vicepremier Florian Philippot dalla spettegolata omosessualità a spingere Marine alla ribellione, la qual cosa, in un partito tradizionalmente macho e omofobo, rende più audace e romantico il tutto. E il rutto.

 

Cacciando il padre Marine Le Pen si erige a promotrice di un’estrema destra sana e laboriosa, rispettosa e ammodo pur nella sua intransigenza, nemica della destra scoreggiona del “buttiamoli a mare, fanculo tutti quanti, viva Pétain e avant les pets, morte agli ebrei vive les rots, Duce, Laval, heil Hitler”. Senonché i lepenisti rivestiti a festa non pare risultino molto rassicuranti: il filosofo Alain Finkielkraut, spregiatore della gauche débauchée, promette di lasciare il paese se i lepenisti vanno al potere; sostiene che l’odio per gli ebrei, innominabile, è stato spostato sui migranti, nominabilissimi. Altri attendibili osservatori hanno l’impressione che les nouveaux lepenistes ruttino e scoreggino anche quando non lo fanno e forse nemmeno lo sanno. Ma vallo a sapere, io sono solo un cantastorie: stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che ho detto la mia.

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