Il sole dell’Avana

Fidel il sanguinario? Crepava della noia, e cercava di rimediare un po’ di sesso dalle sue schiave

20 Maggio 2015 alle 06:18

Il Che corteggiò la Morte che alfine gli si concesse; per quanto Fidel si esponesse nelle battaglie, la Vita l’aveva adocchiato e ne fece un suo beniamino. Fu protetto dagli dei e persino dal suo nemico Fulgencio Batista, che nello sfortunato assalto alla caserma Moncada lo catturò… per spedirlo in un dorato esilio messicano. Quando nel capodanno del 1959 Fidel strinse d’assedio l’Avana, Fulgencio sorrise, brindò e fuggì nella repubblica domenicana; non era un vile, aveva appoggiato la guerra contro i nazisti, tentò delle riforme, si divertì con un centinaio di ragazze, cifra assai inferiore a quella attribuita poi a Fidel. “Sotto il sole dell’Avana / vola via la sottana. / Fanno musica leggera / le sirene di scoglierà”, cantava Mina.

 

Fidel instaurò a Cuba una dittatura ben più lunga e sanguinaria di quella di Fulgencio, torme di giovani europei lo esaltarono. Regalò una falsa libertà ai cubani e procurò a se stesso una vera paranoia, attenuata dalla Cia, che con qualche centinaio di attentati contribuì a dare un senso alla sua mania di persecuzione. Avrebbe potuto morire come Cianfuegos, l’eroe che precipitò in dubbio volo appena dopo la vittoria, ma Fidel è di un’altra razza, brama l’immortalità in terra e sa godersela tutta; avido rivoluzionario, si è scopato l’harem al gran completo, prima le madri, vent’anni dopo le figlie, infine le nipoti e le bisnipoti… Trentacinquemila donne, secondo una stima comparsa in questi giorni, una cifra che supera le diecimila di Simenon, puttane per lo più, e le appena millecinquecento attribuite a Juan Carlos, in gran parte aristocratiche che valgono il doppio essendo spesso più puttane delle puttane. Mi si perdoni la digressione ma la mia ammirazione per le puttane è immensa, tanto che mai osai avvicinarmi, percependone la siderale distanza.

 

Diagnosi. “Bulimia sessuale”, sentenzierebbe Sigmund Freud, “fregola” avrebbe borbottato Luciano Bianciardi; io propendo per la noia. Fidel crepava della noia che emanava attorno a sé e cercava di rimediare con le sue schiave, pur non disdegnando giornaliste, attrici, pazzoidi, miliardarie che incuriosite andavano a stuzzicarlo. Uno strano animale allungato e polveroso, l’individuo più malvestito comparso sulla faccia della terra, con il tempo sempre più spelacchiato come un lupo che esce da un pollaio dove le galline si sono difese fino all’ultimo. Il suo mito mi è sempre stato del tutto opaco, m’interessai di Cuba solo grazie ai minacciosi razzi sovietici. La fine del mondo sembrava davvero imminente, Kennedy e Krusciov digrignavano i denti, non c’era via d’uscita, l’angoscia era palpabile ovunque, davanti alle corpulente tivù dell’epoca, nelle pensierose partite di poker. Si aspettava l’apocalisse. Anni fa venne nel mio studio un uomo sulla sessantina che aveva vissuto quei momenti, maturando una grave psicosi che l’aveva costretto a una vita senza vita. Il suo sguardo era spaventosamente sereno, perduto in misteriosi orizzonti. L’uomo era convinto di essere un’ombra, e che il mondo fosse finito proprio allora, nel 1962, con una catastrofe nucleare. Quando dopo un anno di cura cominciò ad ammettere che il mondo c’era ancora e anche Fidel, si seccò molto. Lo capisco, Castro il divorante è più morto del mio paziente. In competizione con Cristo è risorto una diecina di volte ma senza troppo successo; nell’ultima performance, proprio come accadde a Nostro Signore, nemmeno i suoi fidi l’hanno riconosciuto, decolorato dalla malattia. Lui li guarda stranito, chiedendosi chi sono, loro ricambiano chiedendosi chi è, che ci sta a fare. Per fortuna lo va a trovare Hollande, che gli fa un mucchio di compiacenti faccette in stile WhatsApp. Altro che beniamino della Vita, costei lo ha beffato, concedendogli un tempo senza tempo, schiavo di una pantagruelica compulsione senza meta.

 

Ancora ci si interroga se Castro sia stato così feroce o un po’ meno, in realtà dà l’impressione di essere stato niente, un sopravvissuto a se stesso, sempre la medesima solfa, le sfilate, i torturati, i poveri e stanchi, i prigionieri, gli omosessuali, le puttane più numerose che ai tempi dei bordelli di Batista, ma stavolta sante, puttane per il bene della patria. Che razza d’eternità ti sei procurato, Fidel? Fidel a chi? Dovevi crepare anche tu per tempo, sull’aereo di Cianfuegos, Fidel a la muerte.

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