I gesti del presidente

Al Sisi è la reincarnazione di Pinochet oppure il salvatore del medio oriente, dell’Europa?

25 Marzo 2015 alle 06:29

I gesti del presidente

Nell’agosto del 2013, all’indomani della strage dei Fratelli musulmani in piazza Rabi’a, mandai al Foglio una poesia in cui mi proclamavo fratello dei seicento assassinati e maledicevo al Sisi per il massacro. Giuliano Ferrara mi scrisse che dissentiva totalmente dalla mia posizione ma avrebbe pubblicato la poesia che trovava bella. Fu il suo un gesto generoso, carico di quell’enigma che tutt’oggi circonda al Sisi non più generale ma rais. Chi è quell’uomo? La reincarnazione di Pinochet, anch’egli come Morsi innalzato al potere dalla sua stessa vittima? O, più benevolmente, un novello Ataturk, a sua volta peraltro artefice di un orrendo peccato: il dogma dell’inesistenza dello sterminio armeno? O al Sisi è il salvatore dell’Egitto e forse del medio oriente se non addirittura dell’Europa?

 

E’ passato del tempo dal giorno della strage di piazza Rabi’a, la solidarietà di al Sisi nei confronti dei cristiani copti assassinati dall’Isis mi ha commosso: l’uomo rischia la vita, implacabili fatwe si addensano su di lui dopo che ha osato parlare di riscrivere il Corano, di eliminare dal testo la lugubre sfilza d’incitamenti a uccidere gli infedeli. Il discorso che al Sisi ha tenuto davanti ai religiosi egiziani è davvero impressionante per la sua audacia, nessun capo di stato ha osato tanto dalla Lectio magistralis di Papa Benedetto a Ratisbona, e fu linciato. “Il mondo musulmano – dice al Sisi – non può più essere una fonte di ansia, pericolo, morte e distruzione. Le guide religiose dell’islam devono sradicare il fanatismo e rimpiazzarlo con una visione più illuminata del mondo. Se non lo faranno, avranno portato la comunità islamica alla rovina. E’ mai possibile che un miliardo e 600 milioni di persone possano pensare di riuscire a vivere solo se eliminano il resto dei 7 miliardi di abitanti del mondo?”. Queste parole attraversano il cielo d’oriente come una cometa e lo illuminano. Un coraggioso al Sisi, non c’è che dire. Eppure le sue mani sono ancora sporche del sangue dei tanti giovani fratelli allineati uno in fila all’altro nelle bianche vesti. Come può al Sisi essere contemporaneamente diavolo e arcangelo? E aldiqua di quel che possiamo credere egli sia, lui cosa si crede? Il nuovo Maometto che meglio del vecchio sa ascoltare la voce di Allah? O più realisticamente pensa che il fine giustifichi i mezzi? Ma quando invece il fine i mezzi li giustizia? Al Sisi ha scelto l’unica strada o quella più facile, più frettolosa? I Fratelli erano assurti al potere legalmente, si poteva trattare, forse. La Storia è costellata di forse. E di anagrammi: l’anagramma di “egiziano” è “negoziai”, l’anagramma di “Sisi” è “Isis”. Il lato luminoso e oscuro dell’esistere, Osiride, Seth e il sommo Atum, che ha preso in sposa la sua ombra.

 

Pro, contro, una battaglia di opinioni, un groviglio di profezie e sensazioni. Insomma, al Sisi ha compiuto un crimine o un delitto? Le due parole, ai nostri tempi usate come sinonimi, nell’antichità si contrapponevano. Crimen da “crino, cernere”, decidere, osare; delitto da “delinquere”, un pavido sottrarsi all’impegno, un colpire nell’ombra. Criminale o delinquente al Sisi? Si cercano le prove, si scrutano gli indizi, si passa al setaccio quel che della sua anima si mostra. E’ al Sisi un megalomane che restaura il potere militare e una faraonica eternità siglata dal progetto di una nuova capitale stile Dubai? Forse, chissà. In ogni caso al Sisi sa che Sadat fu ucciso; che altro sa? Quali pensieri invadono la sue notti? Il senso di colpa pare non sfiorare al Sisi, che continua a incarcerare e a far sparire oppositori.

 

Oppure no, la colpa al Sisi la sente e tanto, ma pur carico di rimorsi insiste, assumendosi la responsabilità e la pena di un peccato mortale necessario alla salvezza del suo popolo e al rinnovamento dell’islam; infedele al Sisi al presidente Morsi ma soprattutto al Corano. Il rais si ribella alla funebre tradizione che erige sacerdoti e politici a custodi di un Dio che si vuole morto, lapidato da tetre parole, e punta alla Sua resurrezione in ben altre vesti, serene e gioiose. “Felicità” è l’attuale motto dell’Egitto, la solita messinscena o la conquista di una fede, tutt’altro che una cupa fedeltà? La fede è la forza del pensiero che spinge al “se tradere”, all’abbandonarsi, all’addentrarsi con audacia nell’ignoto. Al Sisi sa che per questo suo glorioso tradimento morirà, e se il suo sacrificale ardire non fa risorgere i morti di piazza Rabi’a, certo fa di lui un grande personaggio tragico. Dedico due versi al rais, e a Giuliano: “In mille astri la notte si frange, / tutti Nefertiti li accoglie”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi