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L'oracolo di Ciaculli

Nessun giornalista va più in quella borgata ad alta densità mafiosa per capire come hanno votato i boss

9 Marzo 2018 alle 06:24

L'oracolo di Ciaculli

Claudio Martelli e Giovanni Falcone (foto LaPresse)

Aristide Carabillò, che è un poeta di strada, continua a definire quella collina a ridosso di Palermo con una parola tanto cara al sommo Leopardi: aprica. “Il guardo steso nell’aria aprica mi fere il sol”. Ma Ciaculli non è solo una borgata di luce e fiori allegri. Certo, nella delicata geometria dell’esistenza, a queste terre toccò in dono anche il mandarino tardivo, che è una rarissima qualità di agrumi, ma le case che lì si ammucchiano come un presepe si portano dietro, da oltre cinquant’anni, una terribile maledizione: la mafia.

 

E’ un presepe macchiato di sangue, Ciaculli. E lo è fin dal 30 giugno del 1963 quando in una di quelle strade fiammeggiate dal sole esplose un’Alfa Romeo “Giulietta” imbottita di tritolo. Nell’attentato morirono quattro carabinieri, due militari dell’esercito e un sottufficiale della polizia. Li attirarono in quella trappola alcuni boss in ascesa – Michele Cavatajo, Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta – che poi avrebbero dato la colpa alla cosca avversaria, quella dei cugini Greco, per sbaragliarla definitivamente e conquistare così, con la prima strage di mafia, il vertice della “cupola” di Cosa nostra.

 

Da quel giorno infame, ogni volta che si parla di Ciaculli scrittori e giornalisti aggiungono un’annotazione: “Borgata ad alta densità mafiosa”. E non solo per la strage del ‘63. Ma anche perchè Ciaculli fu, alla fine degli anni Settanta, il regno di Michele Greco, detto il Papa, condannato all’ergastolo nel maxi processo istruito da Giovanni Falcone. E fu anche il teatro di una singolare, inedita liturgia mediatica. Dopo ogni elezione, tutti i giornalisti coraggiosi – quelli dalla schiena dritta, va da sé – correvano all’ufficio elettorale del comune per controllare, a una a una, le schede appena scrutinate e stabilire, con la sonora retorica che il caso richiedeva, se la mafia aveva votato per questo o quel partito, se aveva sostenuto questo o quel candidato, se aveva puntato più su un seggio della Camera o su una comoda poltrona del Senato. 

 

Ciaculli era diventata la cartina di tornasole con la quale identificare i confini del bene e del male, delle complicità e delle contiguità, degli accordi sottobanco e degli intrighi ignobili e malavitosi. L’esame di quelle schede non era solo un modo per criminalizzare – aggratis, direbbero a Palermo – i novemila abitanti della sventurata borgata. Era anche uno spudorato attrezzo di scena che consentiva all’infaticabile gruppo di giornalisti coraggiosi di lanciare sul palcoscenico della gogna l’esponente politico che, dentro l’urna di una sezione elettorale, avesse malauguratamente raccolto più di cento voti.

 

Ne sa qualcosa Claudio Martelli, a quel tempo vicesegretario del Psi craxiano, che ebbe l’infelice idea di candidarsi a Palermo. Erano gli anni delle persecuzioni antimafiose, delle reductiones gesuite di padre Ennio Pintacuda e di Leoluca Orlando, l’alunno prediletto. Erano gli anni in cui si teorizzava “il sospetto come anticamera della verità”; e se un povero disgraziato si azzardava a sollevare il dubbio più innocente di questo mondo veniva subito bollato come fiancheggiatore della mafia.

 

Furono proprio gli squadroni di Orlando e Pintacuda quelli che azzannarono per primi Claudio Martelli. Aiutati dall’indomito plotone di giornalisti coraggiosi – quelli dalla schiena dritta, va da sé –, i giustizieri dell’antimafia contabilizzarono le schede di Ciaculli ed emisero la terribile sentenza: Martelli è stato votato dalla mafia, Martelli è l’uomo di riferimento delle cosche. Al vicesegretario del Psi, mascariato e sputtanato, non rimase altra via se non quella di abbandonare in fretta e furia Palermo.

 

Ma il gioco selvaggio su Ciaculli continuò anche negli anni successivi. Ebbe una battuta d’arresto solo quando il masaniello Leoluca Orlando diventò, con un’elezione che fu quasi un plebiscito, sindaco di Palermo. I giornali, soprattutto quelli del nord, in quei giorni si astennero dal solito pellegrinaggio nelle sezioni della borgata “ad alta densità mafiosa”. Solo qualche cronista locale – il solito teppistello – ebbe l’improntitudine di chiedere al nuovo sindaco come mai avesse raccolto una valanga di consensi anche dentro il presepe maledetto. Lui non si tirò indietro: ebbe qualche minuto di imbarazzo, ma subito dopo inpennacchiò una risposta talmente alta e altisonante che i fraternissimi giornalisti non ebbero alcuna difficoltà a scriverla nelle loro menti con i caratteri d’oro: la mafia si era di colpo convertita all’antimafia. Proprio così.

 

Post Scriptum. Nei giorni del trionfo grillino – giorni compresi tra il 5 e il 7 marzo – nessun giornalone ha dato contezza dei voti scrutinati a Ciaculli. Avremmo potuto raccoglierli noi, ovvio. Ma qui al Foglio, si sa, di giornalisti con la schiena dritta non se ne vedono più da tempo. Siamo tutti un po’ ingobbiti, anche dall’età.

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Commenti all'articolo

  • gaetano.tursi@virgilio.it

    gaetano.tursi

    09 Marzo 2018 - 15:03

    Prendi un barattolo di zuppa Campbell, riproducilo tal quale ma decontetualizzato dalla sua collocazione naturale e, oplà, hai trasformato un “cosa” in “arte”, senza alcun bisogno di mediazione. Ora, fai lo stesso con un sogno di tanti (tutti?): un reddito gratuito. Prendilo dall’immaginario collettivo, trasportalo tal quale nel mondo della politica e, oplà, hai trasformato un desiderio in un “istanza politica”, senza alcun bisogno di mediazione. Dal che viene il sospetto che, come il barattolo di zuppa Campbell ha costituito negli anni 60 (e torniamo sempre là!...) la svolta “pop” dell’arte, il “reddito di cittadinanza” costitusce senza dubbio la svolta “pop” della politica. Siamo ben oltre il populismo o il banale voto di scambio di stampo cammoristico/mafioso: siamo al pop nella sua purezza politica. Geniale. Chapeau.

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  • luigi.desa

    09 Marzo 2018 - 13:01

    Moltissimi anni fa qualche penna acuta scrisse che essere eletto sindaco di Palermo con percentuali bulgare (70%) era il classico voto di mafia. Leoluca orlando grandissimo lottatore antimafia è stato sempre eletto con risultati bulgari e sono a dir poco 30 anni che la storia continua. E fu pure nemico giurato di Falcone ( i fascicoli tenuti inerti nei cassetti) ,ora eroe eponimo della lotta alla criminalità.I conti non tornano. luigi de santis

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  • mauro

    09 Marzo 2018 - 12:12

    Caro conterraneo, seguo le vicissitudini della nostra isola da molto lontano. Ebbene ho l'impressione che nè a Ciaculli nè altrove la disonorata, dai cambiamenti e dalle frequentazioni, società, abbia avuto bisogno di scomodare un dito mignolo. Ha percepito l'andazzo ed è andata tranquillamente a sorbirsi una di quelle granite che io mi sogno la notte. Non sarebbe parso vero ai condottieri del tempo che fu di avere le proprie truppe non solo pagate dal presunto nemico, ma persino con l'aggiunta del soprassoldo.

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