Vecchio “nasone,” quanto tempo è passato: a Roma è giunta l’ora delle “case dell’acqua”

1 Maggio 2015 alle 06:18

Casa dell'acqua Colosseo

Casa dell'acqua Colosseo - Foto LaPresse

Una mai abbastanza smentita diceria attribuisce alla regina Maria Antonietta la frase: “Se non hanno più pane, che mangino brioche!”, riferita agli affamati popolani parigini (ma Rousseau, nelle sue “Confessioni”, cita l’odiosa frase, pronunciata da una non meglio identificata principessa francese, a proposito di un episodio avvenuto nel 1741, quando Maria Antonietta non era nemmeno nata). I romani, invece, soprattutto quelli delle zone periferiche, conoscono benissimo la pretesa di chi vuole – metaforicamente – servir loro brioche, quando ci sarebbe soprattutto bisogno di pane. Un esempio? Roma è notoriamente la città dei “nasoni”, le bellissime fontanelle di ghisa con il grande rubinetto ricurvo che democraticamente danno da bere a chiunque (c’è chi ha proposto di chiuderli per evitare sprechi e sarebbe una stupidaggine, perché contribuiscono a regolare in modo ottimale la pressione dell’acqua nelle tubature urbane). Ora è stato annunciato dall’Acea l’avvento delle “case dell’acqua”, grandi manufatti colorati di plastica e metallo (definiti anche “nasoni hi tech”) che erogano, a scelta e sempre gratis, acqua liscia e perfino frizzante, oltre a offrire utili punti di ricarica per smartphone e tablet. La prima “casa dell’acqua”, dotata anche di schermo da compulsare per ottenere informazioni sulla città, è stata inaugurata in un mercato rionale della Magliana, quartiere semi centrale situato su un’ansa del Tevere. Afflitto, in verità, da problemi un po’ più pressanti rispetto a quello di brindare con acqua frizzante per strada, come per esempio la gran quantità di spazzatura che assedia l’unico minuscolo parco giochi e invade le rive del fiume (pane, non brioche). E mettiamoci pure che, a Roma, qualsiasi marchingegno necessiti di una minima manutenzione è destinato a vita brevissima, più o meno “l’espace d’un matin” come la rosa di Malherbe.

 

Per non parlare della street art

 

Le “case dell’acqua” appaiono quindi più che altro come un atto di fede, ma va dato loro atto delle buone intenzioni: diventeranno presto un centinaio, dice l’Acea, saranno certamente apprezzate dai pellegrini giubilari, promettono di ridurre la mole di bottiglie di plastica da smaltire, e se avverà non sarà cosa da poco. Ma – sempre a proposito di pane e brioche – che si deve pensare della street art propinata al posto dell’ordinaria manutenzione? Non lontano dalla Magliana, nel quartiere Tor Marancia, le facciate delle case popolari Ater sono state mirabilmente dipinte da grandi artisti di strada, nell’ambito del progetto “Big City Life”, finanziato anche dal comune e presentato lo scorso febbraio dal sindaco in persona. I venti immensi murales di Tor Marancia sono oggetto ormai di ammirato pellegrinaggio anche da altre zone della città. I meno ammirati? Gli abitanti di Tor Marancia, con venti murales in più e con i problemi di sempre: fognature e cornicioni fatiscenti, spazi comuni degradati, verde inesistente… già stufi di brioche, gli ingrati, senza mai aver assaggiato il pane.

 

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