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Idi di marzo

A Roma l’amore conta ma se ne vede pochissimo in giro, soprattutto a Tor Sapienza

13 Marzo 2015 alle 06:27

Idi di marzo
A Roma l’amore conta”, spiegano, petulanti, certi manifesti arcobaleno in giro per la città, affissi a cura dell’Amministrazione capitolina per celebrare il registro delle unioni civili voluto dal sindaco ridens e dalla sua giunta (a Roma non conta, o conta meno, la Costituzione, visto che la medesima giunta ha deciso di registrare nozze gay avvenute all’estero e impossibili in Italia. Dettagli). A Roma l’amore conta, si diceva, se non altro perché il nome dell’Urbe, come è noto, coincide con l’anagramma palindromo di Amor. Ma a farsi un giro tra i siti e le cronache quotidiane che si occupano della città – oltre che a farsi un giro a piedi o in autobus, concreto e non virtuale – l’impressione è che in questi giorni di Amor a Roma ne circoli davvero pochissimo. Magari perché incombe la cupa data delle Idi di marzo (era il 15 del mese, quando Giulio Cesare fu ucciso, nel 44 a. C., nei pressi del Teatro di Pompeo, che oggi non esiste più). A migliaia d’anni di distanza, calpestando a volte le stesse pietre, respirando la stessa aria e volgendo lo sguardo verso lo stesso cielo, ci si può scoprire un po’ come Bruto e i suoi congiurati. Vogliosi di accoltellare a caso coloro che per puro sfregio rompono le bottiglie di birra sui marciapiedi (attività diffusissima ed esibita, a giudicare dai marciapiedi stessi), o coloro che nottetempo ridipingono di orrendi letteroni giganti, bianconeri o colorati, il muro del palazzo che era stato appena ripulito. Va bene, certe cose non vanno dette nemmeno per scherzo, chiediamo subito perdono: è tempo di Idi di marzo ma è anche tempo di Quaresima, siamo tutti peccatori, impossibilitati a scagliare pietre o sanpietrini. E poi, chi siamo noi per giudicare le usanze dei writer o delle comitive alcoliche del venerdì e del sabato sera? Ma è forse per rimediare a un evidente deficit di reciproca benevolenza tra cittadini, aggravato dalla preoccupazione per le ormai prossime scadenze fiscali (“ahò, ma quand’è che scade ’sta Isis?”, è l’ultima facezia vernacolare circolante sul tema) che è stata scelta proprio Roma per ospitare il “Good deeds day 2015”, “iniziativa per il bene comune che coinvolge cinquantotto paesi nel mondo” e novecentomila volontari, “giornata mondiale di attivazione sociale in cui il mondo riscopre la sua anima solidale e civile” (dal comunicato dei promotori). Ben “diciassettemila cittadini si sono registrati per partecipare a una delle oltre centottanta iniziative in programma sabato 14 marzo e domenica 15 a Roma e comuni limitrofi”. E’ una specie di festival della solidarietà e del volontariato, ideato dalla filantropa israelo-americana Shari Arison nel 2007 e sostenuto, solo a Roma, da circa ottanta associazioni. A inaugurarlo, la mattina del 14 ai Fori imperiali, sarà il ministro per le Riforme costituzionali, Maria Elena Boschi, insieme con l’assessore alle Politiche sociali, salute, casa ed emergenza abitativa del comune, Francesca Danese. Non mancherà il variopinto contorno di “artisti di strada, musica, laboratori e dimostrazioni che dureranno tutto il giorno” e ai quali la città dell’Amore è più che abituata, senza dover aspettare nessun “Good deeds day”. Siamo certi che non mancheranno nemmeno i vituperati camion bar e i pittoreschi centurioni. Si spera che la festa della buona azione quotidiana rinfranchi almeno l’assessore Danese e le faccia dimenticare i cassonetti bruciati due giorni fa a Tor Sapienza, per i quali sono indiziati gli inquilini delle case popolari appena sfrattati dall’Ater. Stavolta il centro d’accoglienza del quartiere – oggetto della rivolta dello scorso novembre e situato nella stessa strada delle case popolari – non c’entrerebbe nulla. Eppure la Danese ha annunciato con toni drammatici di aver trasferito nottetempo le ultime decine di rifugiati in un luogo sicuro e segreto. “Spero che questa città sappia accogliere in maniera diversa”, ha detto l’assessore, anche se l’accoglienza non c’entra, con l’iniziativa neroniana di cui sopra. Ma l’amore, a volte, acceca.

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