Che cosa significa lo strike in Siria per Kim Jong-un?

Giulia Pompili

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 In primo piano: l'attacco in Siria

 

La visita di stato dell'allora presidente siriano Hafez al-Assad a Pyongyang nel 1974. Accanto a lui c'è il leader e padre della patria Kim Il-sung. Kim Jong-un, ossessionato dal voler somigliare sempre di più a suo nonno, ha una corrispondenza molto fitta con Bashar al-Assad.

 

Gli strike dei tre alleati America, Francia e Gran Bretagna contro gli obiettivi strategici siriani sono ovviamente osservati da vicino anche dalla Corea del nord. Non è un caso se in nessuna delle conferenze stampa dei leader, stamattina, qualcuno abbia menzionato Pyongyang. Eppure sappiamo - come verificato da varie fonti d'intelligence - che la Corea del nord possiede le armi chimiche e che alcune armi non convenzionali sono state trasportate dalla Corea del nord in Siria. Tra il 2012 e il 2017 ci sarebbero almeno 40 cargo dalla penisola verso la Siria, intercettati e segnalati dal report del panel di esperti dell'Onu. (Non a caso le cargo sono gli obiettivi delle ultime dure sanzioni dell'America contro la Corea del nord).

 

L'amicizia tra Corea del nord e Siria è di lunga data. Vale la pena ricordare l'enorme esplosione del 2007 vicino ad Aleppo, qualche mese prima che Israele facesse saltare la centrale nucleare costruita dai siriani insieme con gli ingegneri nordcoreani. Secondo il governo di Damasco l'esplosione accidentale era avvenuta in un deposito di munizioni, ma poi, indagini successive, rivelarono che molto più proabilmente si trattava di un impianto di stoccaggio di armi chimiche, anche di gas nervino e VX (esattamente quello con cui poi è stato ucciso Kim Jong-nam a Kuala Lumpur). In quell'esplosione morirono tre cittadini nordcoreani.

 

Giorni fa alcuni senatori americani hanno scritto una lettera a Trump per chiedere di fermare la "relazione chimica" tra Pyongyang e Damasco. Ma, naturalmente, nessuno può permettersi in questa delicatissima fase di menzionare la Corea del nord. Anche l'attacco di un anno fa alla Siria ordinato dal presidente Donald Trump aveva - nel periodo di massima tensione tra Washington e Pyongyang - un significato molto esplicito anche per la Corea del nord. Adesso sembra che questo significato sia meno esplicito e per i motivi che leggerete sotto.

 

Le reazioni: mentre il Giappone di Shinzo Abe sostiene l'azione degli alleati, soprattutto americano, la Cina naturalmente si è opposta, e ha chiesto alle forze in campo di rispettare il diritto internazionale schierandosi contro l'uso della forza. E' interessante il timing della replica cinese, perché tradizionalmente Pechino evita di interessarsi a questioni lontane e relativamente circoscritte. In questo caso, però, sono molti gli interessi in ballo.

 


  

PENISOLA COREANA

  

Stazione della metropolitana di Gwanghwamun, Seul. Ogni fermata ha il suo kit d'emergenza dove ci sono le maschere antigas e i viveri (le stazioni sottoterra indicate usate come rifugio). La foto è mia, scattata pochi mesi fa.

 

Pare che finalmente sappiamo cosa chiede Kim Jong-un in cambio della "denuclearizzazione" (anche se ancora non abbiamo capito bene cosa intenda con quella parola, mentre sappiamo benissimo cosa intende Donald Trump).

 

La Corea del Nord chiede agli Stati Uniti:

– di rimuovere gli asset nucleari e strategici dalla Corea del sud

– di non schierare più unità nucleari durante le esercitazioni militari congiunte con il Sud

– di garantire che non effettuerà né un attacco convenzionale né un attacco nucleare

- di convertire l'armistizio in un trattato di pace

- di normalizzare le relazioni diplomatiche

L'elenco viene da fonti di Washington. E' realistico, nel senso che son tutte cose che Pyongyang chiede da sempre, ma non certo finché non lo sentiamo dire da Kim Jong-un (o dalla Kcna).

 

Secondo il Dong-A Ilbo daily, c'è la possibilità che dopo il summit Trump-Kim, Washington possa decidere di aprire un'ambasciata (!!!) a Pyongyang (!!!).

 

Intanto un funzionario sudcoreano dice la Korea Herald che la Casa Blu "ha la sua soluzione per la denuclearizzazione", qualunque cosa voglia dire.

 

Riassumere quello che sta succedendo è un po' complicato, perché in vista del summit intercoreano tra il presidente sucoreano Moon Jae-in e Kim Jong-un (il 27 aprile a Panmunjeom) e di quello tra Trump e Kim, ci sono un mare di notizie e di incontri di mezzo - e spesso la Corea del nord è solo una scusa per muovere alcune pedine.

 

Per esempio il ministro della Cultura sudcoreano ha visto un concerto seduto accanto a Kim Jong-un e gli è sembrato "sincero".

 

Il mese scorso, quando ufficiali del Nord, del Sud e americani si sono trovati a Helsinki, uno dei nordcoreani ha detto: "I six party talks sono morti", cioè le trattative a sei con Giappone, Cina e Russia. Lo avevamo già capito da un po': Kim Jong-un vuole trattare bilateralmente, niente più sessioni plenarie.

 

Secondo l'Agenzia dell'Onu che si occupa degli aiuti umanitari, i nordcoreani avrebbero urgente bisogno di 111 milioni di dollari in cibo e altri generi di prima necessità. Oltre alle sanzioni economiche, negli ultimi anni sono diminuiti moltissimo anche gli aiuti alimentari internazionali verso la Corea del nord, tanto che già nel 2014 l'agenzia Onu di Pyongyang minacciava di chiudere i battenti.

 

Giorni fa Human Rights Watch, Amnesty e altre ong hanno scritto una lettera al presidente Moon Jae-in per chiedere di porre sul tavolo delle trattative con Kim anche il problema dei diritti umani violati in DPRK. Sembra che il governo di Seul, però, non abbia alcuna intenzione di menzionare la questione.

 

Perché, come abbiamo spiegato, si tratta di una fase talmente delicata per cui ogni notizia male argomentata, oppure interpretata in modo  aggressivo, potrebbe far saltare del tutto i negoziati. La Corea del nord ci ha abituati a cambi di programma all'ultimo momento, e con motivazioni spesso pretestuose. Però bisogna farsi una domanda: quanto siamo disposti a cedere pur di "parlare col nemico"? In questo momento il governo sudcoreano sembra disposto a tutto pur di stabilizzare il dialogo.

 

Piccolo esempio di questo genere mi pare la vicenda dello U.S.-Korea Institute (USKI) della Johns Hopkins University. L'USKI è il think tank americano specializzato in questioni nordcoreane - l'unico di questo genere. Esiste da dodici anni ed è una fonte inesauribile di notizie per noi nerd della Corea del nord, anche per via del team collegato 38th North, cioè uno dei migliori siti di analisi e intelligence su Pyongyang. Ecco: l'USKI chiuderà il mese prossimo. E la colpa è del governo di Seul, che ha deciso, in polemica, di sospendere i finanziamenti che dava al think tank tramite il Korea Institute for International Economic Policy (circa 19 milioni di dollari sin dal 2006). Secondo il governo di Seul Robert Gallucci, presidente dell'USKI, sarebbe stato "poco chiaro" nel decidere le attività accademiche del think tank e le persone che gli ruotavano intorno. Ora, Gallucci è un personaggio molto noto nelle questioni nordcoreane: è stato il negoziatore di Clinton e ha un approccio piuttosto condiviso - per farla breve, non è un falco. Il problema (secondo la versione di Gallucci) era Jae H. Ku, il direttore del think tank: Seul aveva chiesto a Gallucci di licenziarlo, e lui non lo aveva fatto. Ku è un esperto di diritti umani. La questione è complicata, certo, ma non da sottovalutare.

 

La corrispondente da Pechino di Reuters Sue-Lin Wong ha scritto un bel reportage sul confine tra Cina e Corea del nord, che poi è il vero confine da tenere d'occhio in questo momento.

 

Piccolo spazio femminismi: In Corea del sud una giornalista con gli occhiali da vista può diventare una notizia, e però non c'è niente da ridere. Il ceo di IMC Games ha ritenuto opportuno riprendere una sua dipendente perché su Twitter diffondeva "ideologie antisociali", cioè seguiva e rituittava gruppi femministi. Leggete questa storia.

  


 

GIAPPONE

Le cose per Shinzo Abe vanno sempre peggio. Molti scandali stanno tornando – qui c'è un breve elenco, solo per veri feticisti – Trump dice che il Giappone l'ha fregato con il Tpp (che invece è la grande eredità politico-diplomatica di Abe), i sondaggi di popolarità continuano a calare. Nemmeno la visita dell'ex presidente Barack Obama a Tokyo, e il pranzetto a base di sushi, ha sortito qualche effetto.

 

In questa guerra politica contro Shinzo Abe si sta muovendo moltissimo, negli ultimi giorni, Shinjiro Koizumi. E' il figlio di Junichiro Koizumi, ex primo ministro giapponese tra i più amati della storia e soprattutto mentore politico di Shinzo Abe. Koizumi figlio ha 36 anni e fa politica praticamente da sempre, seguendo la tradizione giapponese per cui il capitale elettorale di un padre si eredita, tecnicamente. Fa parte del Partito liberal democratico, lo stesso partito di Shinzo Abe, è un conservatore insomma, e lo chiamano "il Macron giapponese". E' la carta vincente del Partito nel caso in cui Shinzo Abe fosse fatto fuori, e non a caso finora non è stato legato mai ad alcun governo (nell'ultimo rimpasto si faceva il suo nome per un posto di prestigio, ma niente). La sua sovraesposizione mediatica ultimamente è sospetta – giorni fa l'ha incontrato pure l'ambasciatore italiano a Tokyo Giorgio Starace – e riguarda anche questi sondaggi che lo danno favorito come prossimo candidato premier. E' bello, è conservatore à la Macron, ha un pedigree politico. Dunque, qual è il problema di Koizumi junior? Che è giovane. Cioè un particolare che in occidente è diventato un valore, ma in Asia non funziona. Soprattutto in Giappone, dove è l'età a essere considerata direttamente proporzionale alla saggezza.

 

Tra gli scandali c'è pure il viceministro delle Finanze che diceva alle giornaliste: "posso toccarti le tette?".

 

Ho un nuovo idolo assoluto. Si chiama Chiaki Mukai, ed è la prima astronauta donna giapponese. 66 anni, 500 ore di volo nello spazio, è lei a guidare lo Space Colony Research Center, un centro di ricerca all'interno dell'Università delle Scienze di Tokyo. "E' nella nostra natura l'esplorazione. La terra è un po' piccola per noi, non trovi?", dice la Mukai ai giornalisti, che vuole fare "l'assistente di volo per i turisti dello spazio" e soprattutto: "E' realistico pensare a una colonia sulla luna entro il 2030". Per una eventuale base lunare cosa serve? Anzitutto: energia, e poi cibo. Ma non il cibo che si mangia nella Stazione Spaziale Internazionale – perché, spiega Mukai, "funziona come un campo base, ogni cosa che serve bisogna portarsela dalla terra", e se si vuole creare una vera colonia bisogna essere autosufficienti. Con lo Space Colony Research Center il Giappone è entrato a pieno titolo nella space race dei giorni nostri, in un settore, quello della colonizzazione, che piace molto anche ai grandi americani come Elon Musk.

   

Una foto scattata qualche mese fa dal bar Yoshu Hakubutsukan di Ginza, a Tokyo, uno dei tanti whisky bar dell'area più fancy della capitale giapponese. Non mi ricordo cosa ho bevuto.

 

"Lavoravo al Mandarin Oriental di Tokyo nel 2010", spiega a Gq il direttore del beverage di Bar Moga, Frank Cisneros, l'unico occidentale ad aver ottenuto il visto giapponese come bartender. "Allora, si poteva comprare una bottiglia di Yamazaki 12 per 25 dollari, ora il costo minimo sono cento dollari. Non lo avremmo mai immaginato". Leggetevi la storia del whisky prodotto in giapponese, tra i più costosi e pregiati, con una classifica delle etichette che vale la pena provare (e portarsi a casa dopo il viaggio).

 

Sapete qual è la parte del corpo più difficile da tagliare, se dovete tagliare in due con una spada il cadavere di un uomo steso a terra? La clavicola. Lo spiega in una interessante intervista il maestro Miyairi Norihiro, uno dei pochissimi artigiani giapponesi che ancora forgia alla maniera tradizionale le katana – la spada giapponese. E' un argomento che mi sta a cuore, un po' in quanto praticante di kendo, la scherma giapponese, ma anche perché la katana (forzando con un inesistente plurale) dà il nome a questa newsletter. Sul Foglio tempo fa c'era una rubrica mediorientale che si chiamava "scimitarre", e quando abbiamo iniziato a dedicare ampio spazio all'Asia abbiamo deciso di usare per il titolo un altro tipo di spada, la katana, appunto. Oggi le spade giapponesi sono considerate pezzi d'arte, ma per i samurai la sua capacità di tagliare, specie un essere umano, conferiva prestigio e valore. Per questo si usava testare le lame sui cadaveri.  

 

Uniqlo ha aumentato le previsioni di profitto per l'intero 2018 del 13 per cento, grazie a una consistente crescita nel mercato asiatico, grazie anche al fallimento di alcuni retailer come H&M. Qui avevo fatto un ritratto di Tadashi Yanai, il genio dietro al successo del marchio d'abbigliamento.

 

E a proposito di grandi aziende. Tre anni fa Sony stava scivolando nel burrone di quelle compagnie quasi-morte. Ma poi ne è uscita alla grande, e lo ha fatto rinnovando due sue vecchie idee: il walkman (che ora è fatto così) e il cane robot. Un ritratto da leggere sul Nikkei Asian Review.

 

Altre buone notizie: il Giappone ha scoperto nelle sue acque esclusive la tecnica per sfruttare un giacimento di terre rare "quasi infinito". Può essere un problema per il monopolio cinese dei materiali che servono per la tecnologia.

 

Dal 7 gennaio 2019 chiunque lascerà il Giappone dovrà pagare una tassa di mille yen, l'equivalente di circa 7 euro. Sono esenti i viaggiatori che stazioneranno all'interno dei confini per meno di 24 ore e i bambini sotto i 2 anni. La departure tax dovrebbe essere inclusa nei biglietti aerei e navali, come già succede in molti paesi (cioè l'avete pagata spesso, ma non ve ne siete mai accorti). Comunque il governo di Shinzo Abe spera di guadagnare dalla nuova tassa circa 315 milioni di euro l'anno – utili soprattutto per le Olimpiadi 2020.

 

Stanno tornando di moda gli anni Ottanta, pure in Giappone. Qui però non sono mai stati visti con favore: gli anni del boom economico sono quelli che hanno portato al disastro della depressione degli anni successivi, da cui i giapponesi si stanno riprendendo adesso. Va bene, quell'attaccamento ai soldi ha portato alla rovina della società, ma non è stato poi tutto da buttare (lo racconta il New York Times, qui).

 

A proposito di grandi ritorni: Yoshiki, fondatore, batterista e pianista degli X Japan, suonerà al Festival Coachella. E' uno dei musicisti giapponesi più celebri nel mondo. Nel 1999, su richiesta del governo di Tokyo, ha perfino composto le musiche per celebrare l'anniversario della salita al trono del Crisantempo di Akihito. Decisamente un ritorno degli Ottanta.

 


  

CINA

David Mulroney, ex ambasciatore canadese in Cina, dà qualche consiglio non richiesto al Vaticano e ai suoi diplomatici per trattare con Pechino

 

L'evento più importante della settimana è stato il Boao Forum per l’Asia, il forum economico dei paesi asiatici che quest’anno più che mai ha fatto più notizia dell’occidentalissimo forum di Davos. Boao è una città della provincia di Hainan, considerata le "Hawaii cinesi" - e per capire quanto la Cina stia cercando di trasformarsi anche in un hub turistico guardate questo meraviglioso video del China Daily. Il presidente cinese Xi Jinping ha parlato al Forum, e ha fatto un discorso molto globalista, apprezzato soprattutto da Christine Lagarde del Fondo Monetario Internazionale che ha ringraziato Xi "per il coraggio".

 

Al Boao Forum c'era anche il presidente filippino Rodrigo Duterte, che prima di partire ha fatto un discorso particolare, dicendo di "amare" Xi Jinping. Subito dopo la Cina si è assicurata la ricostruzione di Marawi, la città dell'isola di Mindanao, nelle Filippine, che un anno fa era stata conquistata dagli jihadisti. Ne ho scritto qui.

 

Il ministro degli Esteri Wang Yi, dopo la visita di stato in Russia e poi l'incontro con l'omologo nordcoreano Ri Yong Ho, andrà in Giappone. E' una notizia, perché i rapporti tra i due paesi come al solito erano piuttosto tesi. Tra un mese a Tokyo ci sarà il premier Li Keqiang, e la cosa più interessante è che Li, l'11 maggio, visiterà l'Hokkaido, l'isola più a nord del Giappone.

 

Qualche giorno fa è stato stracelebrato un accordo di "amicizia strategica" tra Cina e Austria. C'era una sostanziosa delegazione da Vienna, a Pechino, e l'Austria mi pare il primo paese europeo a staccarsi dagli altri e sfruttare il momentum isolazionista di Trump buttandosi (quasi) completamente a oriente.

 

E noi come siamo messi? "Immaginate una multinazionale da circa 18 miliardi di euro di fatturato e 32.690 dipendenti, ramificata su tutto il territorio lungo la spina dorsale del sistema manifatturiero italiano. E' la Cina Spa: il giro d’affari delle imprese italiane partecipate da gruppi cinesi (inclusi i gruppi di Hong Kong); a fine 2017 la banca dati Reprint dell’Università di Brescia ne ha censite 641, pari all’89,8 per cento del totale delle realtà a controllo straniero" scrive Rita Fatiguso sul Sole.

 

Poi c'è Prato, e il settore del tessile. Un lunghissimo e dettagliato reportage del New Yorker firmato da D. T. Max dalla seconda città cinese più grande d'Europa. "Una volta eravamo noi i cinesi", gli dicono gli italiani, e quelli del tessile che i cinesi pensano solo "ai soldi e alla velocità". La trasformazione radicale di un intero pezzo d'Italia, da leggere. (Uno dei membri di una segretissima chat di asia-addicted scrive: ascoltarlo è molto più bello).

 

Su Facebook Antonio Talia, giornalista esperto di questioni asiatiche e soprattutto cinesi, segnala: "La Cina ha in piedi un programma di rimpatri forzati dall'estero almeno dal 2002: che si tratti di oppositori politici o fuggiaschi accusati di reati finanziari, molto spesso queste figure vengono avvicinate e convinte con le buone o con le cattive a rientrare in patria. Dal 2014 queste operazioni si sono intensificate sull'onda della campagna anticorruzione lanciata da Xi Jinping e spesso si configurano vere e proprie extraordinary renditions su territorio straniero. In questo pezzo Foreign Policy racconta alcuni casi avvenuto in Australia, Thailandia, Vietnam, Canada e forse anche Usa. E in Italia?".

 

La copertina di Panorama in edicola questa settimana è dedicata a Zhang Naizhong, arrestato il 18 gennaio scorso e definito "il capo dei capi della mafia cinese in Italia e in Europa". "Grazie a intercettazioni esclusive che Panorama svela", si legge, "due mesi prima di essere arrestato Naizhong aveva accompagnato un sottosegretario del governo di Pechino in visita di Stato a Roma, per un giro turistico nella capitale".

 

Vi ricordate le due scimmiette cinesi clonate con la stessa tecnica della pecora Dolly? Già allora ci domandavamo quanto fossero distanti Cina e resto del mondo in termini di biologia, tecnica e, ovviamente, etica.

 

Ho messo insieme un po' di cose a proposito di quel bambino che è nato 4 anni dopo la morte dei suoi genitori biologici. E' una storia che si lega a Car-T, la tecnica sperimentatissima in Cina che dovrebbe curarci dalle malattie e di cui parlava questo lungo pezzo del Financial Times. Di mezzo c'è naturalmente anche Crisp – vietata ovunque tranne che in Cina. E' interessante notare che sull'ultimo numero di Foreign Affairs c'è un lungo articolo di Bill Gates che spiega i benefici per la specie umana dell'editing del genoma, senza mai menzionare la Cina.

 

La Peking University Hospital mette "la fedeltà al Partito" tra le caratteristiche che deve avere il buon donatore di sperma, che poi, a modo suo, è il nostro "buon padre di famiglia".

 

Zuckerberg, dopo la sua audizione al Senato, è diventato l'idolo delle folle in Cina. Il motivo è questa risposta che ha dato al senatore Dan Sullivan riguardo al fatto che una storia come la sua sarebbe potuta avvenire solo in America: "Beh, senatore, ci sono molte aziende di internet molto forti anche in Cina". La dura verità.

 

Prendiamo SenseTime, startup fondata nel 2014 che si occupa di Intelligenza artificiale. La scorsa settimana ha ricevuto un investimento da 600 milioni di dollari, e a guidare la cordata di investitori c'è Alibaba di Jack Ma.

 

La storia di Deng Yufeng, artista cinese che ha comprato i dati di 300 mila cinesi per farne un'opera d'arte che avrebbe dovuto mandare un messaggio sulla protezione dei dati personali. Il governo non l'ha presa bene, e ha chiuso l'esposizione.

 


 

Eccovi Bao, il raviolo cinese. E' il protagonista del cortometraggio della Pixar che anticiperà il film "Gli Incredibili". La regista è Domee Shi, che per la creazione del film ha coinvolto anche la mamma, di origini cinesi. La Disney-Pixar già da tempo ha iniziato la sua "strategia" cinese, e lo scorso anno il film "Coco" ha guadagnato più in Cina che negli Stati Uniti.

  


 

Altre storie

Indonesia. Le cose in vista delle elezioni presidenziali del 2019 iniziano a delinearsi. Prabowo Subianto ha ufficializzato la sua candidatura (più o meno così, a petto nudo) e occhio, perché rischia davvero di vincere. E' un personaggio controverso, ex generale delle Forze armate accusato più volte di aver ordinato rapimenti e torture negli anni Novanta contro gli attivisti pro democrazia. E' anche l'ex genero di Sukarno. Nel frattempo - mi fa notare il sempre attento @giulioenrico - l'ex governatore di Giacarta e ora in carcere per blasfemia, Ahok, divorzia dalla moglie. Ex braccio destro di Jokowi, Ahok dovrebbe uscire dal carcere nel giro di un anno, e vale la pena ricordare la sua amicizia con Prabowo.

 

Se ci fossero investitori italiani ed europei all'ascolto metteremmo questo messaggio piuttosto in evidenza. Chi segue Katane lo sa, ma ora lo dice pure Goldman Sachs in un dettagliato report: la prossima grande sfida per le compagnie tecnologiche si svolgerà in Indonesia, perché è un mercato in espansione, con enormi potenzialità.

 

Malaysia. Il governo di Najib Razak ha indetto le elezioni per mercoledì 9 maggio prossimo. E' stato scelto il giorno un in mezzo alla settimana evidentemente per evitare che l'affluenza sia alta, soprattutto per evitare che i voti dell'opposizione siano troppi. Ci sono state proteste e una petizione per chiedere allo Yang di-Pertuan Agong, il re della Malesia, di rendere quel giorno festa nazionale.

 

Myanmar.  Sette militari del Myanmar sono stati condannati a dieci anni di carcere e lavori forzati per aver preso parte al massacro di dieci rohingya.

 

Le Nazioni Unite credono che le Forze armate del Myanmar conducano sistematici rapimenti e stupri tra la popolazione rohingya.

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