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L'occhio umano, il dolore a colori e un eccesso (forse) di stile

Le immagini che vinceranno il World Press Photo of the Year hanno un piccolo problema: una percepibile sovraesposizione estetica

18 Febbraio 2018 alle 06:10

L'occhio umano, il dolore a colori e un eccesso (forse) di stile

Tre delle immagini finaliste al Wpp 2018 (foto da sito web worldpressphoto.org)

Profeti non siamo, ma dovessimo scommettere un cent sulla fotografia che il prossimo 12 aprile ad Amsterdam vincerà il World Press Photo of the Year lo metteremmo sull’immagine di Patrick Brown di Panos Pictures per Unicef, scattata durante la crisi dei rohingya. Ci sono i corpi distesi sull‘erba di un verde intenso, disposti in diagonale, di alcuni rifugiati rohingya, si direbbe bambini, ma certamente sì, è un lavoro per Unicef, coperti parzialmente da teli colorati. Colpisce soprattutto come un dolore fisico il rosso cupo del sangue, se è sangue, ma certamente sì, o così lo si percepisce. Un’immagine che è un manifesto, inteso un manifesto adatto a una campagna di sensibilizzazione. Se contasse qualcosa, non è però quella la foto a cui daremmo il primo premio.

 

Ce n’è ad esempio un’altra, che viene sempre dalla crisi al confine del Bangladesh, ma è un bianco e nero e l’ha scattata Kevin Frayer di Getty Images, ed è stata selezionata per la sezione General News. Inquadra leggermente dall’alto dei bambini che cercano disperatamente, nella folla, di salire su un carro, o una imbarcazione, insomma un rifugio. Il ragazzino in primo piano ha una camicina a maniche corte, piange, la lacrima sembra argento. Cos’ha di migliore, questa foto? Forse soltanto che coglie un istante, un istante fra tutti gli istanti del mondo, e il bianco e nero stende come un velo di pietà sulla scena.

 

Non che la foto di Patrick Brown non sia bella (la potete vedere su molti giornali online, anzi ilpost.it ha pubblicato tutta la gallery delle immagini selezionate, una cinquantina, fateci un giro) ma c’è un perché, magari personale e sbagliato: ma una foto è pur sempre un’emozione e un gusto, oltre che una notizia, che proveremo a spiegare. Va però premesso che quest’anno World Press Photo, l’organizzazione no profit nata nel 1955 che promuove quello che da molto tempo viene considerato il più prestigioso concorso di fotogiornalismo mondiale, ha cambiato metodo. Anziché comunicare ad aprile il vincitore, ha messo a disposizione del pubblico in anticipo le sei immagini selezionate per il World Press Photo of the Year. Sono sei, anche se i fotografi sono cinque perché Ivor Prickett di Panos Pictures per il New York Times partecipa con due scatti, entrambi da Mosul.

 

Adam Ferguson del New York Times ha il ritratto di una sopravvissuta a Boko Haram; Toby Melville di Reuters con una foto dopo l’attentato sul ponte di Westminster e Ronaldo Schemidt di AFP quella di un giovane che prende fuoco durante le proteste contro Maduro in Venezuela. Cosa non va, nella foto di Patrick Brown? Ovviamente niente, si tratta del resto di un concorso di fotogiornalismo, non arte fotografica in generale, e l’intento che da sempre muove World Press Photo è quello di contribuire a un impegno civile, spesso politico, dell’informazione. E il lavoro dei fotoreporter, pur in un mondo ormai sommerso dalle immagini, è non solo meritorio: ogni anno qualcuno di loro perde la vita, per fare il proprio lavoro e dare la propria testimonianza. Il piccolo problema, forse più culturale, che anno dopo anno si pone vedendo scatti diversi ma intimamente simili è quello di una percepibile sovraesposizione estetica in questo tipo di lavori.

 

Che, certo, devono colpire ed emozionare, ma che puntano per farlo su una sempre maggiore composizione della forma, drammatizzazione dei colori. Quadri digitali, diventano spesso quelle fotografie, in cui l’immediatezza della testimonianza, il ritaglio del tempo e persino del caso, dell’hic et nunc che fa la forza di una fotografia cede il passo a un commento, alla ricerca di un effetto. La foto di Brown, drammaticissima e satura di colori in cui predomina quello del sangue, non fa eccezione ed è per così dire la quintessenza di questo stile. Che è un modo di vedere, di comunicare. Un po’ come se la forma, se l’arte del fotografo, dovessero aggiungersi allo scatto per una volontà di risarcimento morale: ho fatto questa fotografia, ho contribuito a fare del mondo un luogo migliore. Invece basta sapere che dietro alla macchina c’era un occhio umano.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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