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Per il mondo post Covid serve la guida americana

Il libro preveggente di uno scienziato con sguardo politico dice che solo una Nato della sanità può fare fronte alla prossima epidemia (e alle successive)

17 Maggio 2020 alle 06:00

Per il mondo post Covid serve la guida americana

“Sarà veramente dura”, diceva Anthony Fauci nel 2017, immaginando l’ipotesi di una organizzazione per la salute pubblica modellata sulla Nato (foto Reuters)

Il libro Deadliest Enemy, dello scienziato americano Michael Osterholm, è stato da poco aggiornato con una parte sulla pandemia di coronavirus che il mondo sta attraversando, ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Già nella versione del 2017, infatti, conteneva, tutte le osservazioni sulla sanità pubblica necessarie per capire che la preparazione verso gli inevitabili attacchi di nemici invisibili richiede non soltanto i prodigiosi balzi in avanti che la scienza sta facendo, ma serve leadership politica, governance efficace, piani di investimento strutturati, trasparenza, volontà, coordinamento a livello globale, ovvero tutto ciò che nell’epoca del Covid-19 si è dimostrato friabile, se non addirittura assente. Leggere questo libro alla luce dell’oggi ha un che di inquietante, per via della preveggenza, maOsterholm si è limitato, così dice, a unire i puntini e a osservare l’immagine che ne veniva fuori: quella di un mondo impreparato e senza guida di fronte alle letali minacce microscopiche che sono destinate a moltiplicarsi. Per Osterholm il modo per riempire il vuoto è chiaro: occorre, ancora una volta, la leadership dell’A m e r ica, la grande assente di questa crisi sanitaria globale. 



 

Il libro dell’epidemiologo americano Michael Osterholm intitolato Deadliest Enemy, e naturalmente dedicato ai microbi che cospirano ad ucciderci, si apre con una massima attribuita a Wayne Gretzky, leggenda dell’hockey: “Un buon giocatore di hockey gioca dov’è il disco. Un grande giocatore di hockey gioca dove sarà il disco”. La virtù suprema sul ghiaccio è capire prima che cosa succederà un attimo dopo, ma nel campo delle epidemie la dinamica è complicata ulteriormente dal fatto che ogni decisione presa nell’ambito della prevenzione, quando non c’è la pressione insostenibile dell’emergenza, condiziona e determina in una qualche misura ciò che succederà dopo. Osterholm la chiama “epidemiologia consequenziale”: “Cecando di cambiare ciò che potrebbe succedere se non interveniamio, possiamo attivamente cambiare il corso della storia invece di limitarci a registrare gli eventi e a spiegarli retrospettivamente”. Significa che nell’ambito delle minacce microscopiche che costantemente si aggirano, e soltanto talvolta si trasformano in epidemie più o meno gravi ed estese, l’inazione in materia preventiva è in realtà la più decisiva delle azioni. Non agendo, si rinuncia a prendere le misure necessarie per sapere dove e con quale intensità colpirà la prossima minaccia. Nei termini di Gretzky, si rinuncia a sapere dove sarà il disco fra un attimo.

 

Osterholm è uno scienziato americano attualmente a capo del centro per la ricerca sulle malattie infettive della University of Minnesota, e ha alle spalle una lunga e brillante carriera di ricerca sulle influenze, sull’Hiv, l’epatite e una lunga serie di patologie. Per venticinque anni ha ricoperto vari ruoli nel dipartimento della sanità del Minnesota, ed è stato successivamente consigliere sul bioterrorismo e sui piani di preparazione della sanità pubblica al ministero della sanità federale. E’ stato per un breve periodo anche a capo del Centers for Disease Control and Prevention, ed è stato consulente del comitato per il controllo dei rischi biologici del dipartimento per la sicurezza nazionale. Non è il curriculum di un ricercatore puro, ma di uno scienziato che ha frequentato a lungo i corridoi della sanità pubblica, che sono poi i corridoi della politica, dove le cose non vanno come in laboratorio. Osterholm sa che il percorso che porta una valutazione scientifica a essere incorporata in piani di prevenzione, che richiedono consenso politico, volontà, risorse, investimenti, capacità di pianificazione, è terribilmente lungo e accidentato, specialmente per quegli interventi che quando hanno successo si traducono in non-eventi. Il massimo risultato per un piano di sanità pubblica a scopo preventivo è che nessuno si accorga della sua esistenza: non è semplice convincere un politico dell’impellente necessità di misure assai costose che, se applicate correttamente, non danno risultati che possono essere capitalizzati presso l’opinione pubblica e trasformati in consenso. Nel libro Deadliest Enemy, scritto assieme all’autore Mark Olshaker, che si occupa di scienza, Osterholm ha raccolto per un pubblico laico non solo tutto quello che sa in materia di minacce epidemiologiche incombenti, ma anche tutto quello che la politica dovrebbe fare per trasformare le evidenze della scienza in piani di prevenzione credibili. Il libro è uscito all’inizio del 2017, e percorrere oggi la traiettoria articolata in 21 capitoli, costruiti con una tecnica da romanzo giallo per non perdere il lettore per strada, ha qualcosa di sconcertante, che fa gridare alla profezia, o quasi. Osterholm è abituato a fare previsioni che somigliano terribilmente al futuro, quando lavorava per il governo del Minnesota dicevano che era un menagramo, lo chiamavano “Bad News Mike”, ma sa che l’arte divinatoria o il gusto per l’apocalisse non c’entrano: si tratta soltanto di mettere insieme i dati disponibili in un quadro coerente, ed ecco che il potrebbe succedere si trasforma in prima o poi succederà: “Se c’è un particolare tema ricorrente nella mia carriera è quello di collegare molte informazioni fra loro lontane e comporle in una linea protesa verso il futuro.

 

Per esempio, all’inizio del 2014 ho scritto e detto pubblicamente che la comparsa del virus Zika in America era soltanto una questione di tempo. Davanti al pubblico piuttosto scettico dell’Accademia nazionale della medicina nel 2015 ho predetto che la Mers sarebbe presto comparsa in una grande città al di fuori del medio oriente (qualche mese dopo è successo, a Seul, in Corea del sud). Non credo di avere qualità particolari. Prevedere problemi e minacce potenziali dovrebbe essere una questione di normale amministrazione nella sanità pubblica”, ha scritto lo scienziato nel libro, da poco uscito in una versione aggiornata che tiene conto della pandemia di Covid-19. Ma tutti gli elementi essenziali erano già contenuti nelle osservazioni strutturali sviluppate in precedenza: “Senza la politica, la ricerca non va da nessuna parte”, scrive Osterholm nella sua summa, traendo una lezione che oggi il mondo sta imparando nel modo più doloroso: “La scienza e la politica devono interagire per essere efficaci”, altrimenti il monco continuerà a passare da una crisi all’altra senza riuscire ad anticiparne”.

 

E dunque nei vari capitoli dove lo scienziato snocciola i problema delle infezioni che minacciano il nostro mondo, le loro modificazioni, i vettori che li portano, le condizioni che li favoriscono e via dicendo, si occupa anche degli investimenti che servono, di come vanno allocate le risorse, di quanti miliardi di dollari servono per tentare con ragionevolezza di trovare un virus influenzale efficace, di come i governi, i soggetti filantropici e le organizzazioni internazionali dovrebbero interagire per mettere a punto soluzioni efficaci. Il senso è che i grandiosi progressi fatti dalla ricerca scientifica nell’ambito della virologia, dell’epidemiologia, della microbiologia in genere rischiano di essere inutili, dal punto di vista dell’applicazione, senza una strategia politica di salute pubblica. Qual è il soggetto politico che dovrebbe farsi carico di una tale iniziativa? Semplice: gli Stati Uniti. Per il progetto sul vaccino universale per l’influenza, ad esempio, Osterholm immagina un nuovo Manhattan Project organizzato dal governo americano, con altri soggetti, come l’Organizzazione mondiale per la sanità, eventualmente a sostegno dell’operazione: “Abbiamo soltanto bisogno della immaginazione creativa dei nostri migliori scienziati, il sostegno visionario dei nostri leader politici, l’impegno finanziario e tecnologico e la necessaria struttura per la gestione dei progetti”.

 

Oltre a finanziamenti da un miliardo di dollari l’anno, cinque volte di più della somma stanziata oggi. Deadliest Enemy è in realtà un libro sulla necessità della leadership americana in un mondo in cui le organizzazioni internazionali come l’Oms hanno dimostrato limiti enormi, a livello di leadership e di trasparenza, mentre tutti gli altri soggetti politici non hanno risorse e capacità strutturali sufficienti a garantire l’attuazione di politiche efficaci. Quello che lo scienziato immagina è una “organizzazione sul modello della Nato” per “rendere i paesi capaciti di reagire efficacemente alle crisi create dalle malattie infettive”. Il problema, naturalmente, sono i rapporti di potere all’interno di un’organizzazione di questo tipo, e la volontà politica degli Stati Uniti di mettersi alla testa dell’iniziativa. Quando il libro è uscito, l’amministrazione Trump era insediata da poco, ma gli inghippi di un progetto del genere erano già chiari all’orizzonte. Li ha sintetizzati lo scienziato Anthony Fauci, il volto ragionevole della gestione americana della crisi, in un passaggio dal tono profetico: “Un’organizzazione basata su un trattato è buona se l’autorità che la guida non è ostruzionista. Bisogna dirlo: sarà veramente dura”. 

 

Smantellare l’Oms e sostituirla con una nuova struttura

Le critiche pre Covid-19 a un'organizzazione incapace di fronteggiare le minacce globali

 

Pubblichiamo di seguito alcun stralci tratti dal libro Deadliest Enemy: Our War Against Killer Germs, pubblicato nel 2017 e recentemente riproposto in una versione aggiornata. Il passaggio scelto è tratto dal capitolo 21, intitolato Battle Plan for Survival, nel quale gli autori delineano alcune caratteristiche necessarie per dare vita a un’iniziativa di salute pubblica efficace contro i nemici invisibili. 

 


Si arriva dunque alla questione cruciale su quale tipo di leadership, comando e strutture di controllo servono per rendere praticabile tutte le iniziative che abbiamo descritto in questo libro. Una delle premesse della nostra Agenda di Crisi è che gli Stati Uniti devono essere la guida primaria, avere la responsabilità sostanziale e assumersi gli oneri finanziari maggiori. Il G20 dovrebbe dare un sostegno importante, ma data la mancanza di sostegno internazionale verso i programmi di sanità pubblica è improbabile che questo accada. La maggior parte dei paesi del G20 hanno dato soltanto contributi finanziari limitati all’Oms, sono stati assenti nella risposta alle epidemie regionali e hanno prodotto sforzi minimi nello sviluppo di nuovi vaccini. Le revisioni interne ed esterne delle performance dell’Oms durante l’epidemia di Ebola del 201416 nell’Africa occidentale testimoniano le scarse capacità della comunità internazionale della sanità pubblica e dell’Oms stesso di rispondere a crisi del genere. Occorre spiegare in modo chiaro di cosa abbiamo bisogno per una leadership globale nel settore e dobbiamo considerare approcci alternativi. Come Lincoln ha dovuto provare una serie di generali prima di trovarne uno in grado di guidare le truppe dell’Unione alla vittoria, così dovremo probabilmente vagliare diverse ipotesi sulla giusta infrastruttura per la salute pubblica globale prima di trovare quella giusta. Per salvare noi stessi e il resto del mondo, noi negli Stati Uniti dobbiamo farci avanti. Ma anche il mondo dovrà mettere in campo un nuovo livello di leadership sulla salute pubblica, che coinvolgerà governi, il settore privato e organizzazioni filantropche e non-governative. Una cosa è impegnarsi a investire x miliardi di dollari per combattere la nostra guerra contro i germi assassini. Ma come chiunque abbia combattutto una guerra può testimoniare, tutte le risorse del mondo non garantiscono nulla senza leadership, responsabilità e una efficace catena di comando. Crediamo fermamente che debba essereci una rivoluzione nell’Oms, a partire dalla governance e dai sistemi di sostegno finanziario degli stati membri, se vogliamo una risposta efficace alle minacce epidemiologiche del Ventunesimo secolo. Se questo non può essere fatto, dovremo ricominciare daccapo con una nuova struttura internazionale che possa fare questo tipo di lavoro. 

 

Michael Osterholm

Mark Olshaker

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    17 Maggio 2020 - 12:22

    Analisi perfetta della situazione, ma dovrebbe porsi alla guida dell'impegno comune per la salute un paese che ha gestito in maniera raccapricciante l'emergenza? Un paese che vuole l'esclusiva del vaccino per negarlo a tutti gli altri? Un paese che esclude dalle cure di base decine di milioni di persone e che ne permette l'accesso in considerazione di ricchezza e colore della pelle? Un paese con percentuali da terzo mondo di mortalità infantile e delle donne post partum (anche per l'influenza del fanatismo religioso)? Un paese dove decine di migliaia di persone muoiono annualmente per overdose da oppioidi, unico lenimento al dolore in assenza di cure? Un paese dove la vita e la dignità delle persone non valgono nulla, in nome del totem dollaro? La guida ad un paese così? NO grazie!

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  • regni.gubbio

    17 Maggio 2020 - 11:16

    Geniale. Mettere la nostra salute nelle mani degli americani gente che elegge uno come Trump alla guida del paese più potente al mondo

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