LA SCISSIONE DEL MONDO

Carlo Stagnaro

    La globalizzazione unisce ciò che la politica divide. Ci sono molte e ovvie e sostanziali differenze tra le principali forze politiche italiane. Ma le distanze si accorciano quando si parla dell'integrazione delle economie mondiali. Da un lato ci sono quelli che pensano che essa sia un “male necessario” da “gestire”. Dall'altro, coloro che la ritengono un male-e-basta e che dunque vada “fermata”. Almeno per quanto riguarda la politica economica, sembra che le apparenti lacerazioni del mondo politico italiano riguardino più questioni di opportunità (votare subito o votare dopo?) o di posizionamento (Europa no oppure Europa sì ma non così?) che fratture di merito. Infatti, i partiti maggiori – dalla Lega al Movimento 5 stelle, dal Partito democratico a quel che resta di Forza Italia – sembrano tutti convinti che il legno storto del libero scambio possa essere raddrizzato con l'intervento pubblico (naturalmente concepito a propria immagine e somiglianza). Se questo è vero, esiste nel nostro panorama politico un vuoto da riempire: manca il partito della globalizzazione. Un'assenza tanto più perniciosa, quanto più si avvicina la prossima scadenza elettorale.

    Dietro al consenso anti globalizzazione c'è forse una qualche versione rudimentale dell'idea hobbesiana secondo cui gli uomini, in assenza di un Leviatano che li metta in riga, vivrebbero una vita “solitary, poor, nasty, brutish, and short”. Tale racconto si alimenta di alcune figure retoriche: la personificazione della globalizzazione, come se fosse l'esito di decisioni consapevoli da parte di qualcuno; una visione antiquata e ingenua del funzionamento del sistema economico; la mancata percezione di quanto sia profondo ed esteso il cambio tecnologico. Ma, alla base di tutto, c'è un nucleo che si può riassumere così: gli “altri” sono una minaccia per “noi”. Mettono a repentaglio la nostra fetta della torta e il nostro modo di cucinarla. Pertanto, il primo passo è quello di serrare i chiavistelli: non a caso, chi demonizza la globalizzazione (cioè i prodotti degli altri) vuole di norma anche chiudere i porti (cioè lasciar fuori gli altri in carne in ossa).

    Questo articolo si concentra sulla globalizzazione, ma il ragionamento può estendersi anche alle migrazioni. Come spiega Alberto Mingardi ne La verità, vi prego, sul neoliberismo, proprio perché la libertà umana si sostanzia nel diritto degli individui di scambiare, essa presuppone anche il loro diritto di spostarsi. Entrambe le cose hanno effetti economici dimostrabilmente positivi. Ambedue vengono avversate nel nome di un pregiudizio nazionalista in senso lato: che la diversità – di prodotti e persone – rappresenti una fonte di problemi e non l'origine della prosperità.

    Cercherò dunque di svolgere tre argomenti: i) non c'è motivo di avere paura degli altri; ii) la globalizzazione non è frutto di alcun complotto o piano, e come tale non può (né dovrebbe) essere “governata” o “fermata”; iii) ciò non significa che l'Italia non abbia dei problemi o dei nemici, ma in questo caso – in senso molto letterale – gli altri siamo noi.

    Il nuovo Colosso

    Nella lapide alla base della Statua della Libertà è inciso il sonetto “The New Colossus”, composto da Emma Lazarus nel 1883 per contribuire a finanziarne la realizzazione. I suoi versi sono un messaggio di benvenuto alle navi in arrivo alla baia di Manhattan: “A me date / i vostri stanchi, i vostri poveri, / le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, / i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate”. Sembrano parole lontane, se lette in un periodo storico dove la metafora politica più frequente è quella del “muro”. Eppure, la via del benessere passa proprio per la disponibilità di un paese ad accogliere – persone, capitali, merci, servizi. Ormai anche la letteratura economica ha identificato la qualità delle istituzioni come uno degli elementi determinanti per la crescita. Nel linguaggio di Daron Acemoglu e James Robinson, le nazioni falliscono quando perdono la capacità di essere inclusive. Il rapporto con gli altri ci rende più ricchi, perché dagli altri possiamo imparare ed è imparando che possiamo crescere.

    E' una semplificazione da giardino dell'Eden? Davvero viviamo in un mondo irenico e pacifico, e non invece nella giungla di Hobbes, dove gli esseri umani tirano a fregarsi gli uni gli altri? Ovviamente, sostenere che gli uomini siano angelici sarebbe una sciocchezza. Il continuo accumularsi di evidenze dalla ricerca dei sociologi, degli psicologi comportamentali e dei neuroscienziati ci fornisce però spunti interessanti sulle reali determinanti del comportamento umano. Ha fatto molto discutere la pubblicazione su Science dei risultati di uno studio comportamentale condotto da quattro economisti, Alain Cohn, Michel André Maréchal, David Tannenbaum e Christian Lukas Zünd. Gli autori hanno finto di smarrire circa 17.000 portafogli in 355 città di 40 paesi: hanno scoperto che la probabilità che di restituzione era tanto maggiore, quanto più alta era la somma di denaro al loro interno. Inoltre, i portafogli che oltre ai soldi contenevano una chiave sono stati restituiti in proporzione maggiore rispetto a quelli che avevano solo denaro.