Più che velocizzare i cantieri, Salvini vuole soddisfare i “suoi” sindaci

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Valerio Valentini

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06/06/2019

Roma. Siccome l’elettorato da soddisfare, ora, è quello degli imprenditori del nord, siccome la retorica sulla crescita ha soppiantato quella sulla sicurezza, le sacre frontiere da difendere sono state sostituite dai cantieri da sbloccare, ecco che serviva un nuovo slogan: “Sospendiamo il Codice degli appalti”. Tiriamo via, con un tratto di penna, quelle norme percepite come un intralcio da sindaci e costruttori. E per farlo, però, c’era bisogno di spararla grossa, dando l’impressione di stravolgere l’ordine delle cose, scatenando così la reazione indignata del Cantone di turno. E dunque annunci di guerra, minacce sulla tenuta del governo, riunioni affannate a Palazzo Chigi. Alla fine, di tutta questa canea è rimasto assai poco, se non un emendamento riformulato e poi corretto, arrivato ieri nell’Aula del Senato dopo un lavorìo frenetico e inconcludente: un emendamento annacquato, sbianchettato qua e là, che ripropone solo in forma più esplicita, molte delle proposte già presenti nel testo del decreto.

Deve essersene accorto anche Stefano Patuanelli, il capogruppo del M5s a Palazzo Madama, se è vero che è stato lui a tranquillizzare quanti, nel suo partito, erano pronti a gridare allo scandalo. Finirà invece che anche Luigi Di Maio potrà gioire: perché questo “sblocca-cantieri” è un guazzabuglio dove c’è un po’ tutto, e che permetterà ai leghisti di rivendicare il loro impegno per la sburocratizzazione del paese, e ai grillini di scrollarsi di dosso l’etichetta di “quelli del No”.

In realtà, quel poco che è stato cambiato, non è affatto detto che vada a stimolare la crescita e gli investimenti – come pure era nello spirito originario del provvedimento, annunciato come già fatto il 21 gennaio scorso. Anzi. Stralciato il passaggio sulla liberalizzazione totale dei subappalti (la soglia è stata abbassata, fino al massimo del 40 per cento), gli unici punti del Codice degli appalti che vengono sospesi per due anni sono tre. Il tanto famigerato emendamento reintroduce fino al 2020 l’appalto integrato, come del resto prevedeva già il testo base del decreto, per cui i lavori potranno essere assegnati anche in assenza di un progetto esecutivo. In secondo luogo i comuni, anche quelli più piccoli, potranno bandire – sempre per due anni – nuove gare senza ricorrere alle centrali di committenza; e potranno infine nominare in autonomia i commissari di gara, ignorando l’albo dell’Anac. “D’altronde – si giustificano, quasi all’unisono, leghisti e grillini – né l’albo né le centrali di committenza erano mai stati resi operativi”. E dunque, secondo la sbrigativa logica del “cambiamento”, meglio sopprimere ciò che si dovrebbe perfezionare. Il risultato, se si guarda all’intero paese, sarà quello di vedere proliferare le stazioni appaltanti: una in ogni comune, di fatto, e magari anche di più. Il totem, in fondo, è sempre il solito: quello del “piccolo è bello” che tanto accomuna sia la Lega sia il M5s. Quanto a Salvini, più che lo sorti dei grandi cantieri, sembra avere a cuore quelle dei sindaci dei borghi padani, che vedranno sicuramente semplificata, almeno per due anni, la loro vita di amministratori alle prese con le beghe dei bandi di gara: e pazienza per i possibili effetti collaterali – non solo legati alla corruzione, ma anche ai contenziosi amministrativi – del provvedimento.

E però almeno un obiettivo il capo della Lega lo ha ottenuto: per una settimana è passato per lo strenuo paladino degli imprenditori, l’implacabile censore delle astrusità del delendo Codice degli appalti. Un po’ come con la legittima difesa: che negli slogan del Carroccio sarebbe dovuta essere “sempre” legittima, e per questo Salvini rendeva omaggio a chi aveva tentato di giustiziare a sangue freddo un disgraziato. Poi, la montagna ha partorito il topolino, e dal putiferio di polemiche è scaturito un decreto assai modesto, e scritto talmente male che è stato poi di fatto depotenziato anche dal Quirinale. Ma a quel punto era già tardi: il “Capitano” aveva già lanciato la sua successiva crociata.

Valerio Valentini