Le pentite al maxiprocesso del #MeToo e i mostri che non lo erano

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Simonetta Sciandivasci

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06/06/2019

Roma. Quando c’è sentimento non c’è mai pentimento, ma quando c’è maxi processo sì, eccome. Nelle ultime ore – le ricorderemo come quelle della ricusazione del #metoo - non solo sono cadute alcune clamorose accuse di stupro, ma altre sono state persino ritirate. Assai probabilmente, i mostri che non lo erano non finiranno epurati come Woody Allen, uno che nonostante sia stato assolto da tutte le accuse non trova nè pace nè editori e a distribuire i suoi lavori presto rimarranno soltanto le film commission delle regioni italiane ad alto spopolamento. Due giorni fa, la Procura di Parigi ha archiviato l’accusa di violenza sessuale contro Gérard Depardieu: non ci sono prove sufficienti per mandarlo a processo. La sua presunta vittima, una ragazza di 22 anni, lo aveva denunciato per due stupri. Ieri, Kathryn Mayorga ha ritirato volontariamente la denuncia contro Cristiano Ronaldo. Riassunto delle puntate precedenti: lei e CR7, nel 2010, andarono in albergo insieme, lui l’aggredì e la constrinse a un rapporto sessuale e lei il giorno dopo andò in ospdeale; nel 2018 lo Spiegel entra in possesso dei documenti dell’accordo di segretezza che i due firmarono subito dopo il fattaccio (375 milioni di dollari per far sì che la vicenda non uscisse da quella camera d’albergo), e la procura di Las Vegas riapre il caso perché l’esistenza di quel contratto non annullava il reato. Se ne parla per giorni, si dice che Ronaldo rischia la carriera, la madre s’affrettano a giurare, in favore di Instagram, che lui è innocente, poi non se ne sa più niente. Pochi giorni fa, in un copione simile s’è trovato coinvolto, come attore protagonista a sua insaputa, Neymar: una ragazza brasiliana lo ha accusato di averla violentata in un albergo di Parigi, lui ha pubblicato le conversazioni private in cui flirtavano e si mandavano foto un po’ porno, e non molto ore dopo gli avvocati di lei hanno rimesso il mandato, dicendo che erano stati assunti per difenderla per un caso di aggressione e non di violenza sessuale. Gli stessi avvocati che, secondo l’agenzia che rappresenta Neymar, avrebbero collaborato con la donna a un diabolico piano di estorsione. Ieri Francisco Noveletto, il numero due della Federazione brasiliana, ha dichiarato che sarebbe bene se Neymar non partecipasse alla Coppa America: “Già aveva deluso ai mondiali in Russia, figuriamoci ora con questo peso emotivo addosso”. Di parere opposto il numero uno della stessa federazione: “Abbiamo totale fiducia in Neymar, seguiamo i fatti e siamo convinti che la situazione verrà chiarita”. Comunque vada sarà un insuccesso. E non per il calcio, per il campione, per l’uomo, ma per la battaglia contro la violenza sessuale, che da due anni non riporta nè vincitori nè vinti, ma grottesche storie di ricatti, manipolazioni, estorsioni, persecuzioni, garantismo infranto, che raccontano, tutte, come la sensibilità sociale (social?) e giuridica si siano mescolate, confuse, rendendo indistinguibili la molestia e lo stupro al punto da credere che qualsiasi invadenza possa essere portata a processo. La legittimità della ridiscussione del consenso che dovrebbe portarci a cambiarne le regole subisce un colpo tramortente ogni volta che casi come questi vengono tirati fuori. E’ diventato uno spettacolo cui assistiamo senza troppa fiducia in nessuna delle parti in gioco, come fosse la spartizione di un bottino di guerra.

Nelle ore in cui mostri che non lo erano portano a casa la loro assoluzione indefinita, perché non li libererà mai dal sospetto, una diciassette olandese, Noa Pothoven, si è lasciata morire per non dover più sopportare il dolore che le hanno procurato due stupri. S’è parlato di eutanasia, ma non è stata aiutata a morire: le è stato consentito di non nutrirsi più. Quanto pesa, in un presente così avvertito sulla necessità di difendere l’essere umano dall’abuso, che una diciassettenne si sia convinta che quella sua ferita non fosse rimarginabile?

Simonetta Sciandivasci