L’amore da monadi che cominciò con le balle di Love story

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06/06/2019

L ove story è uno dei film più brutti della storia del cinema, tolta Ali MacGraw (emoticon: Heart), ma ebbe uno straordinario successo. Una colonna sonora melensa, ma fu in cima alle hit per mesi. E aveva questa battuta-claim che fece epoca, “amore significa non dover mai dire mi dispiace”. Banale pure per i noti cioccolatini, e soprattutto una falsità. Ricondotta a ragione, suona: amore significa che non bisogna mai sbagliare. Affermazione destituita di realtà. Oppure: amore significa che nella vita nulla debba mai andare male. Idem. Ma quel fake claim fu preso molto sul serio dalla mia generazione, come la rivelazione definitiva di cosa fosse l’amore: un’equivalenza sentimentale tra impossibili, adùnaton, avrebbero detto i greci. La presero così sul serio, la fake, che infatti tutti smisero di sposarsi, e ancor più di fare figli. Storia che sappiamo. Ora Noa di diciassette anni ha scritto un’altra frase: “Amare è lasciare andare, in ogni caso”. E maledetto sia chi non ne sa piangere. Però, peggio dell’aforisma di Love story, è una frase altrettanto non vera. E accettarla senza contraddirla, nascondendosi sotto la dolce ala dell’indifferenza, significa essere passati dall’amore che esiste solo se non si sbaglia a un’altra balla, anzi la metastasi di una falsità. Che amore sia una cosa che non prevede, in fondo, un legame, un prendersi cura. Che siamo monadi ognuna chiusa nel proprio safe space, e poi ognuno è solo nel suo personale inferno. E invece l’amore, fosse pure dannazione, è Paolo e Francesca: bruciare dentro la stessa fiamma, non lasciare andare. Fosse pure all’inferno.