La piazza di Praga

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Micol Flammini

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06/06/2019

Roma. Da aprile in Repubblica ceca va in scena un paradosso. Le proteste che in queste settimane sono diventate sempre più forti – mercoledì a manifestare c’erano circa centoventimila persone – sempre più grandi, sempre più arrabbiate chiedono le dimissioni del primo ministro, Andrej Babis, e del suo ministro della Giustizia, Marie Benesová. Babis è accusato di conflitto di interessi per i suoi legami con Agrofert, la sua holding che riceve sussidi dall’Unione europea. Il premier è il secondo uomo più ricco della Repubblica ceca e quando nel 2017 ha vinto le elezioni c’era il timore che ci si potesse trovare di fronte a un nuovo Orbán o a un Kaczynski. Ma Babis ha subito chiarito le sue posizioni, ha detto che non aveva intenzione di rompere con l’Ue, ma che sicuramente non era d’accordo che la Repubblica ceca adottasse l’euro né con la ripartizione della quote di migranti. In realtà Babis non è mai stato un euroscettico, né lui né il suo partito, di cui fa parte anche il commissario europeo Vera Jourová, che dentro l’esecutivo di Jean-Claude Juncker è responsabile della Giustizia, uno dei settori più importanti. La sua macchia non sta nel nazionalismo, ma Babis è un imprenditore molto controverso, accusato di conflitto di interessi e di usare i suoi media per fini politici. Il suo europeismo è stato motivo di delusione anche per il presidente della Repubblica ceca Milos Zeman, convinto sostenitore della necessità di abbandonare Bruxelles per la Russia. Babis non la pensa così, fatica a mantenere in piedi il suo governo, che si è formato dopo estenuanti mesi di trattative, fatica a tenere a bada la piazza e si lancia in invettive e accuse di complotto, ma non è euroscettico.

Queste manifestazioni, numerose come ai tempi del comunismo dicono gli organizzatori, sono il risultato di un’indagine condotta dalla polizia a carico di Andrej Babis e di un rapporto pubblicato dalla Commissione europea in cui il primo ministro viene accusato di conflitto di interessi. Sono complotti, ha detto il premier che di fronte ai sei mesi di proteste ha tirato fuori gli spauracchi sovranisti e ha deciso anche lui di dare la colpa a George Soros, il miliardario americano di origini ungheresi, che nella mitologia nazionalista è il mandante di invasioni di migranti e l’organizzatore di proteste contro i governi in carica. Le timide manifestazioni contro Babis poi si sono gonfiate quando, dopo le dimissioni del ministro della Giustizia Jan Knezinek che ha ampi poteri sul pubblico ministero, incluso quello di bloccare le indagini, la carica è stata affidata a Marie Benesová, nome consigliato da Zeman e che ha tutte le intenzioni di mantenere il governo Babis in vita e di non far incriminare il premier. Da quel momento, le proteste di settimana in settimana diventano più grandi, si aggiungono cartelli, si aggiungono bandiere europee. All’inizio era soltanto Praga a manifestare, poi sono arrivate anche le città vicine, fino a riempire martedì tutta Piazza San Venceslao.

Quando nel 2017 ha vinto le elezioni, Babis ha rassegnato le dimissioni da amministratore delegato di Agrofert e ha ceduto la proprietà a un fondo che rimane collegato a lui come ha rilevato il rapporto della Commissione europea. Il primo ministro dovrà prendere delle decisioni, dovrà scegliere cosa fare l’Agrofert, holding che ha sussidiarie in Germania, Olanda, Ungheria, Slovacchia e Polonia, non è un complesso facile da vendere, ma nonostante le proteste è difficile che Babis rassegnerà le dimissioni e su questo si regge il grande paradosso. Ano 2011, il suo partito, è stato il più votato in Repubblica ceca nelle elezioni europee, fa già parte dell’Alde, è un partito stabile e lui è il politico del paese più conosciuto, già molto popolare quando era ministro delle Finanze, anche allora si dimise perché accusato di aver usato per la propria azienda in fondi Ue. Inoltre la nazione fatica sì a creare una maggioranza, Ano è in un governo di minoranza con i socialdemocratici che non hanno nessuna convenienza a toglierli l’appoggio e gode dell’appoggio esterno dei comunisti e dell’estrema destra di Tomio Okamura, ma non esiste nemmeno una vera opposizione. Babis durante i suoi anni di governo ha confermato di non essere un euroscettico ma un imprenditore dagli affari controversi – Foreign Policy, che vede molte similitudini tra lui e Berlusconi, l’ha ribattezzato Babisconi – e ora si trova ad affrontare una piazza con centoventimila persone che chiede le sue dimissioni. Ma il leader del partito più votato rimane sempre lui, imprenditore e primo ministro.

Micol Flammini