La festa dell’Europa

Paola Peduzzi

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Paola Peduzzi

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06/06/2019

Milano. C’era tutto l’occidente ieri a Portsmouth, nel sud del Regno Unito, per le celebrazioni del settantacinquesimo anniversario del D-day, lo sbarco in Normandia delle forze alleate che liberarono l’Europa dal nazismo. Tutto l’occidente come lo conosciamo oggi era chiuso negli occhi degli ultimi veterani rimasti, questi ultranovantenni con le gambe affaticate che ancora oggi si stupiscono di essere sopravvissuti e che con le loro voci anziane e potenti ripetono: “Non dobbiamo dimenticare”. Non hanno nessun’altra preoccupazione se non la memoria che si mescola alla granitica certezza che il sacrificio di molti compagni di allora sia ancora oggi il momento in cui, su iniziativa americana, è nato il progetto europeo. La regina Elisabetta, anche lei ultranovantenne e reduce da due giorni assieme al presidente americano Donald Trump, ha detto: “Con umiltà e piacere dico a nome di tutto il paese, anzi a nome di tutto il mondo libero: grazie”. Il leader del mondo libero ha letto la preghiera che nel 1944 rivolse ai soldati in partenza l’allora presidente americano Franklin Delano Roosevelt.

I tanti leader che si sono riuniti ieri e che oggi festeggeranno nel nord della Francia hanno rilasciato un messaggio comune che parla di difesa della democrazia e dei valori liberali che ci tengono insieme. Ma in questa riunione di famiglia – come è già accaduto con le commemorazioni della Prima guerra mondiale alla fine dell’anno scorso – c’è una nuova, attualissima amarezza, che ha a che fare con il subbuglio che la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca ha creato in occidente. Il presidente americano è arrivato lunedì nel Regno Unito, ha portato il suo solito scompiglio nel già scompigliato paese della Brexit, confermando un approccio che stride tantissimo con quello che si celebra nel D-day: se allora l’America avesse deciso di non intervenire, se avesse pensato che l’interesse nazionale fosse superiore all’interesse collettivo, la storia dell’Europa, e del mondo libero, sarebbe stata molto diversa. Non si tratta soltanto di un abbandono, da parte di Trump, della logica multilateralista: questo è già accaduto anche all’America del passato. La differenza è più sottile e più profonda, come dice Adrian Wooldridge, giornalista dell’Economist e saggista, in una conversazione con il Foglio. Wooldridge ha raccontato l’America della stagione bushiana, e di fratture transatlantiche se ne intende parecchio: “Ci sono alcune analogie con gli anni della guerra in Iraq – dice – l’America si lamentava del fatto che l’Europa non volesse portare il peso di una difesa collettiva, e aveva ragione. Ma Bush era convinto che il ruolo dell’America fosse quello di poliziotto del mondo e voleva che l’Europa giocasse un ruolo più attivo nell’affermare i valori e gli interessi occidentali. Era il consensus di Bretton Woods del Dopoguerra on steroids, nel suo massimo compimento”.

Trump oggi è critico nei confronti dell’Europa, dice che i paesi europei alleati della Nato approfittano della generosità americana ma – ed è questa la differenza fondamentale – “pensa di essere il presidente degli Stati Uniti, non dell’occidente”. Può sembrare un dettaglio, l’America è l’occidente e (quasi) viceversa, invece questo approccio sta cambiando ogni cosa. “Trump crede nell’America first – dice Wooldridge – Pensa che l’America debba disimpegnarsi dal mondo e lasciare che l’Europa si difenda da sola dall’aggressione russa. Pensa che il problema più grande sia difendere l’America (e l’occidente) dalle minacce culturali e demografiche che vengono dal Terzo mondo piuttosto che propagare libertà e democrazia”. La dichiarazione congiunta dei sedici paesi – dal Canada alla Francia passando per molti paesi europei – insiste su libertà, pace e democrazia come valori da conservare e difendere e parla di impegno comune “in quanto alleati e amici”. Ma Trump “ha un disprezzo istintivo per la dipendenza dell’Europa da termini che spesso non significano nulla – dice Wooldridge – e ha anche un amore istintivo nei confronti di leader che esercitano il potere in modo impudente”. In questo ribaltamento di amore-odio, Trump “non ama le organizzazioni transnazionali – conclude Wooldridge – Non ama le ciance che accompagnano queste istituzioni. Questo disamore si applica in modo evidente e acuto sull’Unione europea. Il presidente americano crede nell’autodeterminazione nazionale, e pensa che il Regno Unito sia più vicino all’America in termini culturali e linguistici di quanto lo sia all’Europa. E poi ci sono gli accordi commerciali che, sempre per quel che riguarda il Regno Unito, possono essere molto buoni per il business americano. America first: per Trump non esiste altro”.

I grandi critici della superpotenza americana contavano su un ridimensionamento del poliziotto del mondo, ma probabilmente non si aspettavano un ripiegamento così sprezzante che finisce per indebolire tutto l’occidente. Circola in questi giorni il testo di un discorso del 1941 di un ideologo del movimento “America first”, Charles Lindbergh: la minaccia del nazismo era allora chiara e condivisa, ma come sarebbe accaduto anche in tempi ben più recenti c’era un enorme dibattito su quel che fosse necessario fare per combatterla. Non c’è bisogno di commuoversi guardando i veterani sulla nave mentre ripercorrono il viaggio che dalla costa inglese li portò allo sbarco in Normandia per sapere che se 75 anni fa la visione isolazionista avesse vinto, oggi con tutta probabilità non avremmo nessun D-day da celebrare.

Paola Peduzzi