Ogni europeo alla fine ama un trucista Ogni europeo alla fine ama un trucista

Tanto che il giovane germanista, nutrito di Rilke e di altri decadentismi e estetismi, poteva conversare a Berlino in una discussione di cultura europea mentre nel segreto si approntava, a Potsdam, il piano particolareggiato della soluzione finale, cioè dello sterminio degli ebrei d’Europa.
Il trucismo ovvero il fascismo come gesto e come tecnica è un aspetto durevole della nostra storia, del nostro modo di sentire e praticare la massificazione sociale, nel senso del “cervello all’ammasso” (Guareschi, mi pare). Il regime democristiano nella costruzione originaria di De Gasperi lo aveva sradicato con la scelta atlantica, l’europeismo e l’alleanza di governo con i laici minori. Ma già nell’attivismo di un Fanfani, e poi perfino nel decisionismo di Craxi, socialista democratico di grande caratura, o nella “differenza antropologica” di Berlinguer, concetto pregno di un eroismo prettamente illiberale, definito in fase di rinnegamento del compromesso storico, i tic dell’autobiografia erano riemersi, in tutt’altro contesto, con tutt’altri mezzi, e sempre in un quadro repubblicano, della Repubblica di partiti e dell’arco costituzionale. La verità è che il liberalismo è minoranza assoluta nell’Europa continentale, e ora prende colpi duri perfino in Inghilterra, dove Edmund Burke ne mise le basi filosofiche e storiche le più durevoli, criticando in nome del pregiudizio conservatore e tradizionalista l’irregimentazione sanculotta di Parigi. Ed è sempre una mescolanza di rosso e di nero, di differenti trucismi, ciò che riempie il vuoto del liberalismo.
Che poi sia inconclusivo e controproducente gridare all’armi e al lupo, riprodurre stilemi dell’antifascismo novecentesco, nel caso del Truce è ovvio. Un conto è sorvegliare, vigilare, denunciare, cogliere le analogie di una perversione che ritorna e che è patologica, almeno in quelle forme, come fa il bel libro di Siegmund Ginzberg sulla sindrome 1933, un altro conto è ricondurre al fascismo europeo degli anni Trenta, così, semplicemente, il fenomeno impressionante del consenso per idee e idiosincrasie ributtanti, tanto vasto e solido non solo in Italia. Abbiamo avuto, dopo la crisi dei partiti e la fine virtuale della democrazia rappresentativa, ridotta a casta dalle campagne di smerdamento delle élite mediatiche, due leadership di timbro vagamente e vanamente liberale, quella di Berlusconi, che è rimasto per mezza Italia il Cavaliere nero, e quella di Renzi, che è stato travolto dal mito dell’uomo solo al comando. Il pensiero obbligato e corretto vede sempre il fascismo dove non c’è, e ora che ha avuto il meritato castigo di una gestualità trucista al potere, forse dovrebbe sospendere il giudizio affrettato e la conclusione automatica, senza perdere il piacere di capire che ogni italiano, ogni europeo, in mancanza di una forte inclinazione liberale, alla fine si riguarda nella sua autobiografia e ama un trucista.