Il cambiamento spiegato con Carlo Cipolla. Risposta a Casaleggio

Giuliano Ferrara

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Giuliano Ferrara

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03/04/2019

Al direttore - Siccome rosico ogni giorno per la letterina di Giuseppe De Filippi, ecco. Io ve l’avevo detto prima del Corriere: Très peu de Charme et beaucoup des Sheiks.

Giuliano Ferrara

Al direttore - Ho letto sul sito del Blog delle Stelle la riposta che Davide Casaleggio ha dato al suo pezzo di martedì. Dice Casaleggio che “sul fronte privacy abbiamo fatto tesoro delle osservazioni che il  Garante  aveva mosso in passato e siamo anche andati oltre, per garantire un alto standard di tutela per tutti gli iscritti”. Dice la verità o bluffa? Grazie.

Luca Tarquini

Bluffa. Nei prossimi giorni, come abbiamo scritto ieri, il Garante per la privacy interverrà ancora una volta contro la piattaforma Rousseau, e contro Davide Casaleggio, segnalando alcune criticità che rendono la democrazia grillina un bluff. La prima criticità è la presenza all’interno del datacenter di Wind, con cui l’Associazione Rousseau aveva stipulato un contratto di servizio, di un database particolare all’interno del quale gli ispettori hanno trovato informazioni interessanti: le informazioni sono relative a operazioni di voto e numero di cellulare e l’id dei soggetti votanti, oltre che i dati relativi all’espressione di ciascun voto, e finora Casaleggio aveva sempre negato l’esistenza di una piattaforma esterna con i dati dei votanti. La seconda criticità riguarda un problema già segnalato nel 2017, ovverosia che almeno fino al termine del 2018 la tecnologia utilizzata da Casaleggio per governare la democrazia diretta modello Rousseau era ancora vulnerabile. La ragione? Semplice: è stata costruita con un sistema obsoleto che non può più essere aggiornato per il semplice motivo che risale al 2009 e il distributore di quel prodotto ha smesso di rilasciare aggiornamenti dal 31 dicembre 2013. Tutto questo, a quanto ci risulta, porterà il Garante per la privacy nei prossimi giorni a formulare una serie di contestazioni a Casaleggio e a Rousseau. Primo: la conservazione delle password degli utenti della piattaforma Rousseau non è stata resa effettivamente robusta. Secondo: esistono una serie di personalità all’interno del M5s e di Rousseau dotate di strumenti per accedere alle funzionalità delle piattaforme con cui vengono erogati i servizi della democrazia grillina che possono operare senza lasciare traccia e essere soggette a verifiche. Terzo: all’interno della piattaforma grillina esistono delle carenze tali da esporre il sistema a potenziali rischi di violazione dei dati personali. Risultato: gli esiti delle votazioni sono vulnerabili, sono esposti ad accessi ed elaborazioni di vario tipo che vanno dalla semplice consultazione a possibili alterazioni. Non si metterà bene per Casaleggio e Rousseau.

Al direttore - “La realtà dopo la propaganda” la fa conoscere, come il Foglio del 2 aprile titola un editoriale, l’Ocse con la sua previsione di crescita negativa nell’anno, alla quale Di Maio replica “l’austerity se la facciano a casa loro” (come se l’Ocse fosse uno stato). Nessuna risposta argomentata con analisi, prospettazioni e numeri; solo concetti fideisti in un contesto autarchico, pure sulla produzione di dati, stime e previsioni. Questo è il modo di reagire del governo gialloverde. Anzi fa di più: invece di affrontare il grosso nodo della crescita, il 3 aprile autorevoli esponenti della maggioranza presentano al Senato una mozione sulle riserve auree della Banca d’Italia, l’ennesimo atto parlamentare al riguardo – a cui hanno risposto in precedenza sia Conte, sia Tria – che cela l’intento di trasferire al Tesoro la proprietà dell’oro; in altri versanti si ipotizza di “statizzare” la Banca d’Italia; poi si agita lo spauracchio della inchiesta parlamentare sulle banche anche dopo i rigidi confini e i perentori “caveat” indicati dal capo dello stato; ancora non si delinea lo sblocco del parere non vincolante del governo sulle nomine nel Direttorio del predetto istituto. Intanto Tria viene attaccato beceramente anche sul piano personale. Reagirà, ora che la misura si sta colmando, duramente? Chi, comunque, può mai pensare che questi comportamenti siano un modo per rispondere adeguatamente all’Ocse? Chi può ritenere che tutto ciò giovi all’immagine e alla credibilità del paese? Non si stanno arrecando danni enormi ai cittadini tutti? Non si è in presenza della classica regola della stupidità (danneggiare gli altri e danneggiare se stessi contemporaneamente) di Carlo Maria Cipolla?

Angelo De Mattia

Precisamente: una persona, diceva Carlo Maria Cipolla, è stupida se causa un danno a un’altra persona o a un gruppo di persone senza realizzare alcun vantaggio per sé o addirittura subendo un danno. E ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti non è puramente casuale.

Al direttore - Nel gennaio del 2017 a Davos il presidente cinese Xi Jinping dette una lezione sulle virtù della globalizzazione e difese con forza il libero mercato contro le tentazioni protezionistiche del nuovo presidente americano Donald Trump. Quella che sembrava una svolta epocale nel più grande paese comunista in parte lo era ma in parte faceva di necessità virtù. Politica ed economia camminano nella storia dell’uomo sempre di pari passo, una volta scontrandosi altre volte trovando punti di intesa. Un libero mercato non può che esistere in un sistema politico liberale perché, diversamente, sarà solo un mercato ma non certo libero. Se lo stato è l’unico protagonista economico in un paese di un miliardo e mezzo di persone è lo stato che fa il mercato, lo dirige, lo esalta o l’affanna ma certo non lo affida al libero gioco dei protagonisti privati. Così come nel secondo Dopoguerra Croce diceva a Einaudi che essere liberale non significava essere liberista oggi bisogna dire a tutti i leader politici che un libero mercato non può prescindere da una democrazia liberale o comunque da un sistema di libertà personali e collettive. In realtà sullo scacchiere mondiale si stanno giocando diverse partite, la prima delle quali è proprio la definizione di un modello politico-economico sostenibile sul piano sociale, ambientale, demografico e finanziario. Mentre l’occidente con il suo modello liberale e liberista produce sul terreno economico crescita e disuguaglianze senza precedenti, l’oriente produce ricchezza arricchendo gli stati con i fondi sovrani con i quali penetrano poi nei sistemi economici occidentali affamati di risorse comprando eccellenze e asset strategici ai fini dello sviluppo di molti territori che rischiano di diventare così economicamente dei veri e propri “governatorati”. In questo scenario pensare di salvaguardare l’interesse nazionale con i dazi è da dilettanti e per giunta da dilettanti che puntano a giocare la partita della vita da soli. Il presidente americano è il portabandiera di questa strategia che potremmo definire “dazi e accordi bilaterali” e che trova nel nostro incredibile governo uno dei maggiori seguaci. L’iniziativa cinese della Via della seta, “Belt and Road”, è una grande iniziativa perché infrastruttura una larga parte del territorio eurasiatico favorendo scambi commerciali, crescita culturale, risanamento ambientale, occupazione e ricchezza a vantaggio di molti. Ma est modus in rebus! La sfida con la Cina e parte dell’oriente, come questo giornale ha più volte segnalato, deve essere affrontata dall’Unione europea e dall’intero G7 perché la dimensione del progetto ha bisogno di essere accompagnata da altre iniziative di carattere globale. C’è bisogno ad esempio di un nuovo ordine monetario per evitare che guerre valutarie possano scatenare guerre commerciali e viceversa, c’è bisogno di una disciplina dei mercati finanziari che agevoli l’uso produttivo del capitale al servizio degli investimenti e probabilmente, sino a quando l’evoluzione politica dell’oriente non si sarà completata, bisognerebbe immaginare il fitto di alcune grandi infrastrutture piuttosto che l’acquisto. Insomma i grandi progetti vanno sempre accompagnati da misure prudenziali e generali per far sì che essi cadano in un contesto che unisca e non divida o addirittura colonizzi.

Paolo Cirino Pomicino