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L’America prepara l’arma del Daskaa per bloccare i gasdotti di Putin

22 Marzo 2019 alle 12:06

Roma. Nei giorni in cui Vladimir Putin celebra il quinto anniversario dell’annessione della Russia alla Crimea si fa più intensa la pressione americana per affossare il principale strumento del Cremlino per la penetrazione energetica europea: il Nord Stream 2. Qualche giorno fa, dal palcoscenico del principale summit globale del mercato energetico (la Cera Week di Houston) il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, è tornato a tuonare contro la posizione tedesca nei confronti del progetto di gasdotto russo e contro la scelta di Berlino di non aumentare le spese militari destinate alla Nato. Ma la vera mossa sta partendo dal Senato americano che di recente ha lanciato una iniziativa a carattere bipartisan che colpisce l’economia russa. I senatori Bob Menendez (democratico) e Lindsay Graham (repubblicana) hanno presentato una proposta di legge – il “Defending American Security from Kremlin Aggression Act”, il cui acronimo è Daskaa – che prevede l’imposizione di una serie di sanzioni profonde ed estese contro tutto il sistema economico di Mosca. Secondo gli analisti internazionali, come quelli tedeschi del Cep di Berlino, qualora entrasse in vigore si tratterebbe di una bomba nucleare nel campo delle sanzioni economiche. Il Daskaa si concentra su alcuni specifici settori che al momento sono trascurati dal perimetro sanzionatorio che l’Amministrazione americana ha tessuto intorno al Cremlino. Sono le disposizioni in campo energetico alle quali i partner internazionali della Russia dovrebbero guardare con maggiore preoccupazione. La legge colpisce ogni soggetto che, consapevolmente, investe finanziariamente in progetti relativi all’esportazione di gas russo al di fuori della Russia, o qualsiasi progetto estero comunque finanziato da una entità a controllo statale russo (i colossi Gazprom e Rosneft). Il Daskaa aggiunge al quadro sanzionatorio anche la vendita, la locazione o la fornitura di beni, servizi, tecnologie o altri supporti, compresa la riparazione o la costruzione di infrastrutture, di tutto il mercato petrolifero. Se effettivamente in vigore il Daskaa potrebbe colpire quasi tutte le principali compagnie petrolifere internazionali, a partire dalla Total – impegnata con la Lukoil in progetti petroliferi in Iraq – per passare alla britannica Bp che ha legami sempre più stretti con Rosneft, accusata di recente dalla Casa Bianca di continuare a mantenere rapporti con la compagnia venezuelana sottoposta a embargo Pdvsa. Per non parlare del gas: nel consorzio impegnato sul Nord Stream 2 a trazione Gazprom sono presenti la francesce Engie, la tedesca Omv, la Shell inglese e le due compagnie tedesche Uniper e la Wintershall. Mosca non intende però arretrare rispetto alla minaccia di questa ulteriore arma con Washington. Putin ha annunciato nuove attività esplorative di giacimenti di gas nella penisola siberiana dello Yamal, i cui giacimenti avrebbero – secondo il capo del Cremlino – potenziali riserve in grado di permettere la produzione di gas fino al 2031. Dal giacimento di Yamal potrebbero essere prodotti circa 32 miliardi di metri cubi di gas ogni anno. Più in generale i prossimi mesi saranno cruciali per testare la pazienza del presidente americano Donald Trump in relazione alle mosse russe. Alle porte si avvicinano le elezioni in Ucraina del prossimo 31 marzo e l’attore e imprenditore Volodomyr Zelenskiy, attualmente favorito nei sondaggi, potrebbe non essere così filo americano come ci si aspetta. Inoltre, sempre nel 2019, l’Ucraina sarà costretta a rinegoziare con Gazprom l’accordo per le forniture e il transito del gas nel proprio territorio, elemento che potrebbe riversare ulteriore influenza russa in Europa. Al contrario Andrew Wheeler, l’amministratore dell’Agenzia federale per la protezione ambientale (Epa), ha detto che “se l’Europa intende comprare gas naturale sul mercato sappia che noi produciamo il nostro in modo più pulito rispetto a quando non fa la Russia”, ha detto incalzando sull’urgenza di affrontare il cambiamento climatico.

Gabriele Moccia

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22/03/2019

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