La mazzata capitale sul M5s. “Ci conviene sparire, lasciare il Palazzo”

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Valerio Valentini

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22/03/2019

Roma. Quando Francesco D’Uva prende la parola, sui cellulari dei suoi colleghi già rimbalzano le agenzie stampa: Daniele Frongia è indagato per corruzione. Alla Camera si sta votando il decretone, si sta compiendo un ulteriore passo verso la realizzazione del tanto sospirato reddito di cittadinanza. “Una giornata storica”, aveva detto entrando in Transatlantico il capogruppo grillino. Una delle tante, in questa legislatura del cambiamento. E però, questo esordio di primavera del 2019 rischia di essere per il M5s quello del tracollo, quello dopo il quale nulla sarà più come prima. Perché Roma, questa Roma che perennemente fagocita chi s’illude di domarla, di redimerla, macera pure le velleità più ingenue: “E’ stato un errore, sì, fondare l’identità di un movimento sulla pretesa di una nostra diversità antropologica, e fate bene a farci le pulci sull’onestà, anche se ne arrestano uno solo dopo dieci anni che esistiamo”, confessa Sergio Battelli, il tesoriere del gruppo alla Camera, uomo di vertice del M5s.

Del resto già in mattinata, al Senato, l’eco del fragore prodotto dall’arresto di Marcello De Vito era ancora udibile tra le mura del salone Garibaldi, mentre si discutevano le mozioni di sfiducia a Danilo Toninelli. Gianluca Castaldi, grillino abruzzese, si aggirava furente: “Così ci logoriamo”. Era stato lui il primo, nel M5s, a indicare la linea dell’intransigenza nei confronti del presidente dell’Assmemblea capitolina. “De Vito: se sei caduto in tentazione, vai a fare in c.!”, aveva scritto su Facebook due ore prima che si pronunciasse Di Maio. “Ci mancava solo che Luigi non prendesse quella decisione...”, sbuffava. E, se gli si chiedeva un parere sul futuro del M5s, era categorico: “Io una exit strategy ce l’ho. Ci conviene sparire, dissolverci, tornare nella società come semplici attivisti, lasciare questi palazzi del potere pieni di m...”. Intorno a lui si aggiravano, nervosi, Paola Taverna e Gianluca Perilli, romani entrambi, romani pure loro, e tra i più accorati nell’esprimere il loro “immenso dolore” per l’arresto dell’amico Marcello, e però poi sempre insime, per l’intera mattinata, a Emanuele Dessì, quello che ballava insieme a Domenico Spada, quello in affitto a sette euro al mese nella casa comunale, quello che Di Maio prometteva di espellere e che invece è ancora lì, a dirsi schifato a tal punto da De Vito da volerlo perfino picchiare. Ma non sarebbe, per coerenza, il caso che allora anche Dessì si dimettesse come aveva promesso a suo tempo? Glielo si chiede, e lui reagisce stizzito (“Ma che c...o stai a di’?”), facendo col braccio il gesto di chi manda a quel paese, per poi andare al ristorante di Palazzo Madama a sedersi al tavolo d’onore con tutti i big del M5s, tra Laura Bottici e Vito Crimi, nel mentre che Nicola Morra si rifugia sulla terrazza dell’ultimo piano, stile Salvini, a ricordare don Diana: “Saliamo sui tetti per riannunciare parole di vita”.

Su un altro tetto, quello del Campidoglio, qualche giorno fa c’era anche De Vito. Parlava con Francesco Silvestri, ufficiale di collegamento tra Di Maio e Virginia Raggi. “Mi diceva quanto fosse difficile, in questo lavoro, tenere la schiena dritta”, confessa ora, nel Transatlantico trafficato dall’esercito dei trolley dei deputati in partenza, lo stesso Silvestri. “Non è un sistema, quello del M5s, non c’è alcuna questione morale”, spiega, prima di accanirsi sui distinguo che differenziano il caso di De Vito da quello di Frongia. “Il discrimine per capire se uno va espulso e l’altro no? Uno è stato arrestato, quello è il discrimine”. Ma dopo la risolutezza del mercoledì, il giovedì non è ammessa alcuna comprensione. E infatti poco dopo, al termine di un confronto telefonico tra Di Maio e la Raggi, Frongia annuncerà il suo passo indietro: “Ho deciso di autosospendermi dal M5s e di riconsegnare le deleghe al sindaco”. Emilio Carelli, intanto, nel cortile della Camera, si sente invocato in modo goliardico (“Candidati tu per il Campidoglio”) e subito si schermise: “Fossi pazzo! L’ultima cosa che farei, oggi, è il sindaco in Italia. Alla prima firma che metti rischi di andare in galera”, dice. Eppure, a metà dicembre lo ha votato anche lui lo “spazzacorrotti”. Lo sa, e infatti allarga le braccia, come a voler pronunciare un indicibile mea culpa.

Valerio Valentini