La lotteria dell’onestà

Salvatore Merlo

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Salvatore Merlo

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22/03/2019

P iù che una metafora è un’equazione, è il saggio di profitto, non l’arraffo bruto ma un arraffo che è già impresa e richiede pazienza, capacità di sopportazione, persino comprensione di sé, insomma una certa onestà nel valutarsi per quel poco che si è: “Marce’, dobbiamo sfruttare questa congiunzione astrale”, dice infatti l’avvocato e presunto complice a Marcello De Vito, il presidente del Consiglio comunale di Roma arrestato per corruzione. “E’ tipo l’allineamento della cometa di Halley”, gli dice quello. “Hai capito? Cioè è difficile secondo me che si riverifichi così… e allora noi, Marce’, dobbiamo sfruttarla sta cosa… ci rimangono due anni”.

E in tutta evidenza queste parole non sono un semplice estratto di brogliaccio giudiziario, ma un trattato di psicologia della neo politica italiana, ovvero la rappresentazione empirica dell’idea bizzarra secondo la quale la persona più comune sia la più adatta ad affrontare le circostanze più fuori dal comune. C’è qui tutta la commedia umana dell’assalto al cielo da parte delle tabule rase, delle zucche – “avremmo vinto pure candidando il Gabibbo”, dice De Vito, rivelando cosa pensa di Virginia Raggi e dei suoi compagni di Movimento – uomini e donne consapevoli di aver strappato alla sorte un improbabile biglietto vincente della lotteria dopo essere stati reclutati da Grillo e Casaleggio con i metodi sempliciotti che ormai conosciamo. E dunque spinti non certo per forza a delinquere, ma di sicuro ad acchiappare il più possibile, a saltare sopra l’attimo fuggente, anzi sopra la cometa di Halley: poltrone, incarichi di governo e di sottogoverno, di stato e di parastato, alla Consob, all’Inps, alla Rai, nei cda delle partecipate e pure all’Istituto superiore di Sanità dove il Movimento 5 stelle è riuscito a trattare persino la scienza come fosse l’Atac.

“Marce’, hai capito? E’ difficile che si riverifichi”. Queste parole d’incredulità ci fanno intravedere che nella voglia esibita di arraffare il più possibile del povero e sconfitto Marcello De Vito – “Va beh, ma distribuiamoceli questi” – c’è forse il destino di tutti i burattini della nuova politica italiana, gli alter ego ormai più numerosi e più fake delle fake news, il presidente del Consiglio che è vicepresidente di due vicepresidenti, i deputati per sorteggio, gli eletti con la scadenza, la sindaca marionetta, il ministro che deve chiedere il permesso a Grillo. Tutta una classe politica più vessata che controllata, rivoluzionari scamiciati senza passato e senza un lavoro, talmente consapevoli del nulla che li attende una volta terminata la giostra, da consegnarsi volontariamente allo strampalato codice di Hamurabi-Casaleggio che impone la decurtazione dello stipendio, che costringe a versare mensilmente una specie di pizzo a un’associazione di proprietà sempre del solito inspiegabile padrone: rendicontazioni, e poi l’obbligo di restituire il Tfr a fine mandato (ma chi è davvero fuori dalla “congiunzione astrale” in realtà poi non lo restituisce). Marcello De Vito, e tutta la vicenda romana, compresa l’indagine che ora coinvolge Daniele Frongia, il braccio destro di Raggi, ci restituisce dunque lo smarrimento epocale di una democrazia che sembra il gioco del bingo, dove il limite dei due mandati, la tirannia del tempo che urge e incalza precipitando inarrestabile verso la fine, s’intreccia con la consapevolezza del rapido deperimento elettorale del M5s. “Marce’, ci rimangono due anni”. Quando ci ricapita? Acchiappa!