L’eccezionalismo bancario tedesco autorizza critiche al bail-in

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19/03/2019

Milano. Il caso ha voluto che la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea sulla Tercas, su ricorso del ministero dell’Economia e di Banca d’Italia, prevista per oggi, coincida con uno dei momenti più caldi della recente storia dell’incompiuta Unione bancaria europea, già impegnata a misurare le conseguenze delle nozze bancarie del secolo, cioè la fusione tra Deutsche Bank e Commerzbank. Tre anni fa la Commissione Ue decise, come è noto, di vietare quale aiuto di stato l’intervento a sostegno delle banche in crisi (tra cui Tercas, in particolare) anche l’intervento del Fondo interbancario, nonostante questi fosse alimentato da denaro delle banche – e non del Tesoro. Un segnale della severità adottata quale metro di valutazione dalle autorità Ue che ha pesato non poco sulle sorti delle banche italiane. Un atteggiamento che verrà messo a dura prova dal prossimo test tedesco, se andrà avanti, come sembra ormai probabile, la fusione tra i due colossi bancari d’oltre Reno. Per carità, le differenze tra i due casi sicuramente sono tante, anche a prescindere dalle dimensioni. Ma ad accomunare le due situazioni ci pensa l’elemento dell’aiuto di stato, inevitabile nel caso tedesco. Per più ragioni, una fra tutte la quota del 15,6 per cento detenuta dallo stato in Commerzbank fin dai tempi del soccorso (consentito da Bruxelles prima dell’introduzione del bail-in) a favore dell’istituto su cui si erano stato scaricate le macerie di Dresdner Bank. Nel caso si proceda alla fusione, Berlino si troverà di fronte a un’alternativa: o cedere quelle azioni sul mercato, sopportando una minusvalenza miliardaria – mossa devastante alla vigilia delle elezioni. Ovvero dovrebbe entrare come azionista nella nuova società, contribuendo pro quota alle inevitabili operazioni sul capitale per un importo carico dello stato azionista, di almeno 2,-2,5 miliardi di euro. Una cifra largamente alla portata dello stato che vanta le casse più robuste della finanza pubblica planetaria, ma “politicamente insostenibile”, come del resto hanno sostenuto i politici della Cdu. “Non abbiamo bisogno di una Banca nazionale tedesca” che comunque richiederà l’avallo del sindacato, presente con due membri nel consiglio dei due istituti, cui toccherà contrattare l’aspetto più pesante della crisi: il taglio di almeno 20 mila (più facile 30 mila) dipendenti sull’attuale organico di 140 mila unità. Un sacrificio necessario. Infatti come hanno spiegato al ministro delle Finanze Olaf Scholz i grandi banchieri americani invitati ad un vertice segreto all’ambasciata tedesca di Londra, la situazione di Deutsche Bank – tra l’altro colpita dalla valanga di multe (14,5 miliardi di euro) comminate dalle autorità di mezzo mondo all’istituto più l’incertezza – richiedeva oramai un drastico intervento. Anche perché, come segnala il Financial Times, tra le note di incertezza per la prossima fusione spicca la sfiducia, diffusa anche tra i regolatori europei e tedeschi, nella capacità del management della banca di affrontare l’ennesima emergenza. “Stavolta – ha detto un funzionario della Bafin, l’organo di vigilanza sulla finanza tedesca – sarà necessario procedere a una marcatura a uomo, il più stretta possibile”. Di qui la scelta di intervenire sapendo che, stavolta, sul fronte di Deutsche Bank e della gemella bavarese (che ha in cassa 30,8 miliardi di Btp) si gioca molto di più che la sistemazione di un bilancio traballante che, peraltro, Deutsche può raddrizzare con la sola cessione della controllata Dws (risparmio gestito) ad Allianz. Sarà più difficile, semmai, impartire nuove lezioni agli italiani che, pur a fatica, in questi anni hanno fatto i compiti – vedi Unicredit o Banco Bpm – e ora hanno qualche titolo per salire in cattedra. Come ha detto di recente il capo della Vigilanza di Banca d’Italia Carmelo Barbagallo “la normativa sul bail-in, introdotta prima del cuscinetto degli Mrel, è stata affrettata e rischia di minare la fiducia nelle banche e generare instabilità”.

Ugo Bertone