Il potere non logora, ci rende vivi e ci salva dalla disperazione. 25 racconti

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Simonetta Sciandivasci

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19/03/2019

Roma. Il potere logora, pensiamo. E’ tirannia, sopraffazione, mezzo e fine principale delle torsioni autoritarie che ultimamente ci ritroviamo a vedere imputate, a volte con colorite esagerazioni (fascismo!), a molti governi occidentali (governi alfa, diciamo così). Quando John Freeman, ex direttore di Granta ed editore (più talent scout letterario e professore alla New York University), ha scelto di dedicare al potere il nuovo numero della sua rivista letteraria, Freeman’s, ha pensato prima di chiedere ai suoi autori di raccontare “gli smaccati e sconvolgenti abusi che si stanno verificando in ogni parte del globo”, perché “viviamo in un’epoca dove chi ha più potere prende decisioni meschine”. Subito dopo, però, si è reso conto che avrebbe ottenuto una compilazione di denunce, forse anche compiaciuta, perché gli eccessi hanno reso univoca la definizione della parola potere, facendone un sinonimo del male. Allora, come spiega nell’introduzione alla rivista, portata in Italia dall’editore Black Coffee, ha deciso di chiedere a scrittori di tutto il mondo di raccontare quali altre possibilità, oltre all’abuso e alla violenza, sollecitano e dischiudono tanto l’esercitare quanto il subire il potere, in quali altri vettori lo incanalano, quali altre energie sprigionano.

La letteratura fa anche questo: scorge i molti nell’uno, aumenta la realtà delle cose. Poiché per Freeman leggere è un atto politico (lo scrisse nell’introduzione del quarto numero, dedicato al futuro) e poiché la politica è, come ha detto Luigi Manconi, “la capacità di mettere ordine nelle cose”, questa idea di individuare e poi illuminare, del potere, l’inespresso, il buono, e insomma tutte le possibilità, chiarisce cosa ha inteso la Chicago Literati quando ha scritto che Freeman’s è “uno strumento di suprema utilità sociale”.

In tutti i 25 racconti (ci sono anche poesie e reportage; tra le firme: Margaret Atwood, Leila Slimani, Chris Russell, Josephine Rowe, Ben Okri), alcuni dei quali molto aspri, è evidente il tentativo e il desiderio degli autori di restituire al potere un senso più vasto, dimostrarne le implicazioni positive, in modo anche da sbarazzarsi di quel pudore o di quell’orgoglio che spesso gli intellettuali rivendicano nel dirsi inconciliabili con il potere, nel proclamare la loro distanza da esso come qualcosa di necessariamente virtuoso. Lo fanno anche i politici dell’antipolitica. Pensiamo ai 5 stelle, che continuano a dirsi estranei al potere, intendendolo esclusivamente come qualcosa di egemonico, pur essendone diventati gli amministratori. E’ al purismo da cui attinge questa retorica che Freeman ha opposto la complessità della sua raccolta.

“Il vero potere è il potere di non esercitare il potere”, ha detto Franco Ferrarotti in un’intervista all’Huffington Post. “Non ci sono poteri buoni”, cantava De André. La letterarietà del numero di Freeman’s sta nello scardinamento di quest’altezzosità, nell’affidare agli scrittori il compito di mostrarci che anche la solidarietà, la generosità, la cooperazione sono forme del potere: sono potere. Questo le espone, naturalmente, alla manipolazione. Margaret Atwood scrive che se ai vecchi tempi i lupi mannari erano maschi, adesso “basta con il genere-specifico”: adesso la minaccia è universale. Trasformare la minaccia in possibilità positiva è la chance che intravvede la letteratura e che la politica può concretare. Barry Lopez scrive che il potere funziona solo per contrapposizione e che, senza contrapposizione, saremmo creature del tutto insignificanti. Bestie ammansite e depotenziate che sopravvivono anziché vivere. Il potere è un istinto: assumersene la responsabilità non significa inibirlo e addomesticarlo, ma domandarsi sempre, quando ci suggerisce di scalmanarci, a chi potremmo fare del male. E’ per questo che molti racconti parlano di animali selvatici. Scrive Freeman: “Serve amore per guardare lo scempio che abbiamo fatto del mondo senza precipitare nella disperazione”. Quell’amore è potere: senza, ci resterebbe solamente la rassegnazione.

Simonetta Sciandivasci