Fadil e la Rep. al polonio

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19/03/2019

S e sia stato un veleno radioattivo o qualche, meno spystoristico, veleno per topi del suo ultimo rifugio di periferia (i giornali hanno mandato i fotografi: toh, era un bel cottage, ci spiegano, altro che topi, ma è un inganno per gli occhi) non sappiamo dirlo. Né noi, né voi. Almeno fintantoché l’autopsia, a metà settimana, avrà svelato l’arcano, se si potrà. Del compianto per la bella e sfortunata e disperata Imane Fadil s’è detto tutto, che era innocente e vittima e testimone oculare e non danzatrice di palo. Non c’è altro da aggiungere. Si può però dire, e forse si deve, per rispetto di tutti noi, che la cosa più agghiacciante, nel weekend che è passato, è stata il modo in cui l’hanno raccontata i giornali. Soprattutto uno, il più lesto (e perché no?) il più bravo di tutti: Repubblica. Domenica ha fatto le prime 4 pagine (quattro) appese al titolo “La donna che sapeva troppo”. Senza aggiungere una che fosse una notizia in più rispetto a quanto aveva già scritto il giorno prima, bagnando il naso alla concorrenza. Ma il punto non era più, per Rep. (anche per gli altri, ma con meno ferocia) raccontare una storia. Bensì fare un’autopsia a mezzo stampa, e trovare il colpevole. Imane Fadil è stata avvelenata, punto e basta. E da chi, non c’è bisogno di dirlo. Per adesso in realtà sappiamo che nel suo corpo c’erano cadmio, antimonio, cromo e molibdeno, e per la sua morte “non è esclusa la causa naturale”. Però sappiamo che sono tornati gli anni guardoni del bunga bunga, ed è tornata la vecchia cara Rep., quella al polonio.