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I confini della tv

Poca politica estera nei palinsesti italiani Costantino della Gherardesca racconta l’esempio scandinavo al Foglio Tech a Venezia

7 Maggio 2018 alle 11:55

I confini della tv

Claire Danes sul set di “Homeland - Caccia alla spia”, lanciata nel 2011, una delle serie più famose sul terrorismo internazionale (LaPresse)

[Pubblichiamo il testo dell’intervento di Costantino della Gherardesca alla prima edizione del Foglio Tech Festival, sabato scorso presso la Scuola Grande della Misericordia, a Venezia].


 

Tutto si può dire tranne che l’offerta televisiva italiana, in quanto a quantità di prodotto, sia povera. Grazie a televisione tradizionale, reti satellitari e web abbiamo una miriade di canali che ci elargiscono migliaia di ore di programmi e formati a cui attingere per il nostro intrattenimento.

Abbiamo davvero di tutto, tranne un contenuto importantissimo in una società e in un’economia globalizzata come la nostra. Nella nostra tv, infatti, latita una concreta attenzione alla politica estera e una narrazione efficace delle relazioni internazionali: due elementi indispensabili per dare a noi italiani una visione di ciò che accade nel resto del mondo.

 

Questa mancanza è una lacuna oggettiva. Stando a quel che dicono programmatori televisivi e responsabili di rete, il problema parrebbe tutto legato al gusto degli spettatori: se non si parla di politica estera, è perché il pubblico scappa appena si tratta questo argomento. Assodato che questo è l’effetto, resta però da capire qual è la causa. Il pubblico cambia canale e scappa perché la politica estera in Italia non è una narrazione preesistente. In un certo senso, il rifiuto si alimenta della stessa assenza. E’ il classico esempio di profezia che si autoavvera: non parliamo del mondo che si srotola al di là dei nostri confini nazionali perché sappiamo per certo che il pubblico non ci darà ascolto. E perché non ci darà ascolto? Perché l’argomento “Pianeta Terra” è di per sé poco interessante? No, tutt’altro: si tratta di un argomento di grande interesse, ma ignorato dai più perché in pochissimi sono abituati a parlarne (o anche, più semplicemente, a sentirne parlare).

 

Il problema parrebbe tutto legato al gusto degli spettatori: se non si parla di politica estera è perché il pubblico scappa

La dottoressa Lisa Parks, studiosa dei media globali al Massachusetts Institute of Technology, affermava in un suo saggio – pubblicato nel 2004 nella raccolta Television after Tv –, che per essere coinvolto il pubblico deve riconoscere nel programma che gli capita sotto gli occhi dei meccanismi o delle narrazioni a cui è abituato. Del resto, come i detrattori della tv ripetono sin dai suoi primi albori, guardare il piccolo schermo e come masticare del chewing-gum con gli occhi: un atto sostanzialmente ripetitivo, familiare e gratificante. Non c’è da stupirsi, quindi, se gli spettatori pretendono temi noti o quantomeno all’ordine del giorno.

 

L’esempio principale che Lisa Parks suggerisce è quello del programma Who wants to be a millionaire? (da noi Chi vuol essere milionario?), che con le sue domande a risposta multipla richiama non solo i test cui sono abituati tutti gli studenti americani – la cui preparazione è spesso valutata attraverso questionari simili –, ma anche un processo per eliminazione pressoché identico a quello che utilizziamo ogni giorno per risolvere problemi che si presentano nella vita reale. Non a caso il programma ha avuto successo in tutto il mondo, raccogliendo il consenso di un pubblico molto variegato e trasversale.

  

Ancora oggi per il grande pubblico è il passaggio televisivo a sancire l’affermazione di personaggi e fenomeni emergenti

Ora, per comprendere i meccanismi che regolano i rapporti tra gli Stati non basta di certo tirare a indovinare e pregare di aver beccato la risposta giusta tra le quattro a disposizione. Comprendere la complessità del mondo in cui viviamo, però, resta una necessità. Una necessità che solo l’abitudine può permetterci di soddisfare. E come possiamo abituarci alla politica estera, se le reti nazionali non vogliono saperne di raccontarcela? Il suggerimento arriva da Daniel W. Drezner, professore di Politica internazionale e apprezzato editorialista del Washington Post. Se la tv vuol parlare di questi temi e desidera davvero calamitare l’attenzione degli spettatori, deve farlo attraverso l’uso di mondi metaforici. Sfiorare determinati argomenti attraverso la fiction è spesso una scelta più efficace di quanto non si possa pensare, soprattutto perché decenni di giornalismo televisivo hanno purtroppo dimostrato che (almeno nel nostro paese) l’ingrato compito di raccontare quel che avviene nel resto del mondo non può gravare solo ed esclusivamente sulle spalle di canali all news, telegiornali e di programmi di approfondimento.

 

Per citare un esempio che suonerà familiare a tutti, tocca fare un salto che ci porta indietro nel tempo. Precisamente al gennaio 1996, cioè quando Rai Due mandò in onda una serie tv che un paio d’anni prima aveva esordito negli Stati uniti: E.R. – Medici in prima linea, senza dubbio il medical drama più famoso di sempre.

La serie, basata su un romanzo di Michael Crichton e prodotta da Steven Spielberg, è andata in onda in ogni angolo del pianeta, rendendo di pubblico dominio temi controversi o semplicemente poco noti. In certi casi, si trattava di questioni molto delicate e trattate spesso superficialmente nella cornice televisiva: l’Aids, la tossicodipendenza, l’inefficienza del sistema sanitario americano, il fenomeno delle gravidanze indesiderate tra gli adolescenti e molto altro.

Forse anche grazie al fatto che il pubblico italiano è tra i più ipocondriaci al mondo, E.R. ebbe un grandissimo successo e spinse una buona fetta dell’opinione pubblica a ragionare (in molti casi, per la prima volta) su tematiche considerate fino ad allora respingenti.

 

 

 

Ma torniamo ai nostri giorni e al problema su cui ci stiamo interrogando: la narrazione della politica estera. In un suo articolo del febbraio 2016, intitolato “You should watch the best show about international relations on television right now” (“Dovreste vedere il miglior programma televisivo sulle relazioni internazionali”), Drezner cita un esempio molto più interessante della fortunatissima E.R., la fiction norvegese Occupied creata nel 2016 da Jo Nesbø, uno scrittore i cui libri hanno scalato le classifiche di mezzo mondo, Italia inclusa.

  

Parlare di certi temi attraverso l’uso di mondi metaforici. L’esempio di “E.R. - Medici in prima linea”, trasmesso da Rai Due nel 1996

Questa, in estrema sintesi, la trama: nel mondo metaforico di Occupied, gli Stati Uniti sono diventati autosufficienti in quanto a riserve energetiche, quindi iniziano una politica di disimpegno nei confronti dell’Europa. Allo stesso tempo, il Golfo Persico è infiammato da una serie di guerre civili e creano una crisi energetica nell’Unione Europea. Per affrontare la crisi, la Norvegia elegge un governo di verdi che propone di risolvere la sua dipendenza dal carburante fossile e decreta la fine delle estrazioni di petrolio dai propri pozzi. Ma gli altri paesi europei si mettono d’accordo con la Russia, che invade la Norvegia e si appropria delle sue piattaforme di estrazione off-shore.

Anche se la premessa può sembrare assurda, la serie è giunta alla seconda stagione e ha avuto una tale presa sull’opinione pubblica norvegese da spingere l’ambasciatore russo a Oslo, Vyacheslav Pavlovsky, a opporsi alla sua messa in onda. “Alla Russia, purtroppo, è toccato il ruolo dell’aggressore”, ha dichiarato Pavlovsky. “Recuperando i peggiori cliché della Guerra Fredda, questo show ha la precisa intenzione di terrorizzare gli spettatori norvegesi con un’inesistente minaccia dall’Est”.

 

Pur essendo una fiction, Occupied ha dato la possibilità agli spettatori di ragionare su uno scenario di crisi internazionale. Uno scenario del tutto ipotetico che, in seguito alla piccata reazione dell’ambasciatore, per un attimo è diventato spaventosamente plausibile. Ciò che non è riuscito ai programmi tradizionali di informazione – come certificato impietosamente sia dagli ascolti che dai dati di misurazione di media over the top – è riuscito a una fiction.

 

Una serie norvegese a metà tra la tv e l’online che vive al di fuori del formato e del palinsesto televisivo. E si può vedere in tempo reale

E sempre dalla Norvegia arriva Skam, un interessante progetto televisivo per il web prodotto dalla tv pubblica norvegese nel 2015 e chiuso nel 2017, alla quarta stagione, dopo aver infranto ogni record di ascolto. La serie, creata dall’allora trentatreenne Julie Andem, incrocia la piattaforma televisiva a quella online, e segue le vicende di cinque liceali che frequentano un ginnasio in un quartiere benestante di Oslo. La particolarità di Skam è che la serie vive al di fuori del formato e del palinsesto televisivo. I suoi personaggi, infatti, hanno dei profili social che vengono aggiornati con post e contenuti multimediali di ogni genere, proprio come se si trattasse di persone reali. Se, per esempio, il giovedì è il compleanno di un personaggio, allora il giovedì sera c’è lo streaming della festa di compleanno. Se la trama prevede che il martedì mattina due personaggi si diano appuntamento al centro commerciale, il martedì mattina si vedranno dei post, delle Instagram stories o delle dirette sui profili social dei due dal centro commerciale. Il tutto, in tempo reale.

  

I fatti raccontati nella serie, quindi, si ampliano e ricontestualizzano sui social media, dove gli spettatori possono confrontarsi direttamente con questi personaggi e contestare o sostenere le loro posizioni sui temi trattati, spesso molto duri e con forti connotazioni sociali: aspettative di genere, disordini alimentari, violenza sessuale, religione, omofobia, islamofobia e malattia mentale.

Il prodotto non è solo multipiattaforma, ma anche multigenere. Le puntate si presentano con stili e durate molto diversi tra loro: può esserci una breve parentesi sit-com, seguita da un episodio più drammatico o da una parte in pieno stile soap opera. E’ la storia a determinare il formato e non viceversa.

 

Il successo in Norvegia e nei paesi scandinavi è stato tale che oggi Skam è il progetto di punta della nuova piattaforma televisiva online targata Zuckerberg: Facebook Watch. Non c’è da stupirsi, è un progetto che integra media differenti (tra cui lo stesso Facebook), e rappresenta un ulteriore plus per un’azienda che punta al profitto per i propri investitori. Skam, infatti, permette al content provider di ottenere, grazie alle interazioni mappabili dai dispositivi utilizzati dagli spettatori, dati sui loro comportamenti e sui loro consumi, informazioni che la tv tradizionale non è in grado di raccogliere con altrettanta efficienza e precisione.

 

La possibilità di mappare gusti e orientamenti dell’audience è di certo un punto sul quale le nuove tecnologie dell’entertainment hanno la meglio, ma questo non vuol dire che il piccolo schermo abbia le ore contate. James Currell di Viacom, uno dei maggiori conglomerati mediatici statunitensi, ha recentemente affermato che la tv con cui siamo cresciuti, quella fatta di puntate programmate in palinsesti che si ripetono settimanalmente, non è destinata a morire a breve. Anzi, pare che sia ancora in buono stato di salute. Lo dimostra il fatto che ancora oggi, per il grande pubblico, è il passaggio televisivo a sancire l’affermazione di personaggi e fenomeni emergenti. In poche parole, vale ancora (ma non si sa per quanto) la regola per cui uno youtuber ambisce a diventare un volto televisivo e non viceversa.

 

Currell, però, non ha solo buone notizie per la cara vecchia tv. Secondo lui “il cambiamento accelerato nelle tipologie di consumo cui stiamo assistendo rappresenta una sfida ai modelli di business televisivo, ma anche un’incredibile opportunità di crescita. I vincitori in questa nuova ecologia televisiva sono quelli che investono più efficacemente per garantirsi i migliori contenuti e costruire i migliori brand, e che sanno dare sempre più valore ai grandi eventi televisivi e a quei generi che funzionano bene in streaming e sulle piattaforme social. Le partnership commerciali e l’innovazione della distribuzione giocheranno un ruolo chiave accanto all’evoluzione dei contenuti”.

 

Se come sostiene Currell l’industria dell’entertainment ha bisogno di qualità dei contenuti e di spettatori coinvolti su più piattaforme di fruizione, allora una serie tv che ruota attorno a un tema d’attualità scottante e ben trattato sarebbe l’ideale per innescare un circolo economicamente e socialmente virtuoso. E il mio sogno di fiction italiane imbevute di politica estera sarebbe addirittura la quadratura del cerchio: della buona tv, redditizia per chi la finanzia e stimolante per chi la consuma, capace di toccare temi importanti per una società civile, argomenti a cui il pubblico si deve abituare.

Sul fronte italiano, però, le previsioni di Currell e le aspettative di Drezner sembrano infrangersi contro un muro di fiction su santi, beati, preti, suore, poliziotti, carabinieri e commesse di profumeria. Nulla che si spinga più in là, niente che osi annusare l’aria che tira oltre i nostri confini. Al momento non posso fare altro che accontentarmi di serie tv confezionate altrove, e sperare che la politica estera entri quanto prima nelle nostre fiction. Magari così facendo, nel giro di qualche anno, potremmo sentirla nominare anche nei programmi d’informazione.

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