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“Antiwokismo, l'ultimo spauracchio della sinistra intellettuale”

Guerre culturali. Dopo un manifesto pubblicato sul Monde, tre accademici sul Figaro denunciano la cecità di parte dell’intellighenzia francese

Martedì scorso, sul Monde, è stata pubblicata una lettera aperta firmata da duecento professori universitari intitolata: “L’antiwokisme est infiniment plus menaçant que ledit wokisme auquel il pretend s’attaquer”. Il peccato imperdonabile imputato agli “anti woke” è quello di aver organizzato, e in seguito messo su carta un convegno, “Après la déconstruction” (i cui atti sono stati pubblicati dalla casa editrice Odile Jacob), che critica le derive delle correnti ispirate dai “cultural studies”, e di aver fatto la pubblicità del libro in un video. In mancanza di argomenti, gli autori si accontentano di gridare al ritorno delle Camicie brune o nere, e all’odio dello straniero, spauracchio decrepito a cui credono solo loro – o fanno finta di credervi.

Solo l’alto numero di firmatari poteva compensare l’indigenza della requisitoria. Quando la ragione sparisce, la forza è l’unico ricorso possibile e l’istinto gregario sostituisce la virtù. Il fatto che così tanti intellettuali decidano di firmare un testo così caricaturale deve destare preoccupazione e conferma la diagnosi del “cretinarcato” avanzata nel video incriminato. Così come il patriarcato, questo neologismo non prende di mira delle persone – anche se alcune, a quanto pare, si sono riconosciute in questo neologismo – ma un principio sistemico: quello dell’emancipazione considerata assoluta, che percepisce la ragione come un fardello e la sostituisce con la logica ossessiva della dominazione. Spesso, la spiegazione sviluppata si riduce a una parola dal carattere erudito come “eteropatriarcato”, vero e proprio mantra epistemologico che avrebbe, come il polmone di Molière, la virtù magica di spiegare la maggior parte dei mali della società e che fornisce problematiche prefabbricate a studenti di cui si sfrutta l’aspirazione legittima a un mondo più giusto. Per queste menti, è urgente denunciare la “deriva reazionaria” e la minaccia di nuove “dittature” prodotte dall’“anti wokismo”. Facendo finta di spaventarsi dinanzi al rischio di una “cancel culture” di estrema destra, gli autori citano solo esempi americani, e per un motivo ben preciso, perché avrebbero parecchie difficoltà a trovarne anche solo uno in Francia. Stranamente, non evocano nessuna delle numerose “cancellazioni” per non-conformità alla doxa benpensante: chi annulla le conferenze di Caroline Eliacheff e di Céline Masson? Chi impedisce a Nathalie Heinich o a Sylviane Agacinski di parlare? Chi, a Sciences Po, rimuove dai programmi i corsi su Darwin? Chi, all’Università Paris I, cancella un seminario di filosofia perché si intitola “L’énigme transsexuelle”? La giustificazione implicita di questi sproloqui è la certezza dei loro autori o simpatizzanti di incarnare il Progresso, di obbedire al senso della Storia. Il Ventesimo secolo e il suo corteo di atrocità avrebbe dovuto avere la meglio su questa credenza ingenua, ma il mito progressista persiste: incessantemente riattivato – dunque letteralmente reazionario – ma mai messo in discussione, si riduce ormai alla creazione dei diritti, e in questo caso quello di contravvenire alla ragione (…). 

 

Lo scorso 30 aprile, ventinove eminenti scienziati provenienti da tutto il mondo hanno pubblicato un articolo intitolato “In Defense of Merit in Science”. Questi scienziati lanciano l’allarme sul rischio che le ideologie identitarie fanno pesare sul progresso della scienza quando affermano che la scienza sarebbe razzista, patriarcale e coloniale, rigettando l’idea di una verità obiettiva a beneficio di narrazioni alternative, relative a ogni cultura. Ma “la scienza non conosce ne razza, né genere, né religione (…). Non c’è nessuna chimica queer, nessuna fisica ebraica, nessuna matematica bianca, nessuna astronomia femminista”. Dopo i precedenti della scienza proletaria e della scienza ariana, quale amnesia ci ha dunque colpito perché ci sia il bisogno di ricordarlo? Difendere la democrazia non significa agitare delle paure di retroguardia, ma salvare il dibattito delle idee dinanzi ai comportamenti violenti di censori inetti e gregari. Processare la razionalità come un valore colonialista, insultare e “cancellare” gli infrequentabili, promuovere la visione immatura di un mondo in bianco e nero, dove il male sarebbe sempre nell’altro e nella società, e mai dentro di sé, motivo per cui bisogna sradicarlo con tutti i mezzi possibili, anche con quelli più sleali: non è forse questa la vera minaccia che pesa sulla democrazia e sulla nostra stessa umanità?

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